NORTH Alex (1910 – 1991). Compositore statunitense.

Nato da una famiglia di origine russa, condusse studi musicali al Curtis Institute e poi alla Juillard School, studi di perfezionamento a Mosca, che continuarono in patria sotto la guida di Ernst Toch, di Aaron Copland e, in Messico, con Silvestre Revueltas.

Nel 1936 si dedica alla composizione di commenti per documentari di carattere culturale prodotti da Case indipendenti; dal 1951 passa al lungometraggio (con The 13th LetterLa penna rossa, di O. Preminger), per conto della Fox;: ma continua poi come “free-lance”, ossia come indipendente. Subito dopo questa sua prima fatica il regista Elia Kazan gli affida il commento di A Streetcar named Destre (Un tram che si chiama desiderio, 1951): risultato è una specie di provocazione che scuote l’atmosfera accademica della musica cinematografica americana, iniziando un periodo di rinnovamento a cui partecipano con entusiasmo molti compositori delle giovani leve. Tale commento è di tale penetrazione psicologica e definizione che l’American Legion of Decency nella sua condanna al film attacca specialmente il commento musicale, definendolo “troppo suggestivo”. Kazan e altri registri richiedono in seguito questo compositore proprio per la sua capacità di svolgere un discorso moderno, di scegliere ogni volta soluzioni nuove e stimolanti, di interpretare i fatti drammatici nei loro significati più riposti.

Buoni risultati in questo senso: Death of Salesman (Morte di un commesso viaggiatore, 1951, di L. Benedeck), con una struttura sonora di sapore metallico, continuamente interrotta da silenzi sconcertanti, The Member of the Wedding (1953, di F. Zinneman), Unchained (Senza catene, 1955, di H. Bartlett), I’ll Cry Tomorrow (Piangerò domani, 1955, di Daniel Mann), con forti influenze jazz, The Rainmaker (Il mago della pioggia, 1956, di J. Anthony), The Long Hot Summer (La lunga estate calda, 1958, M. Ritt), Hot Spell (La tu pelle brucia, 1958, di D. Mann), The Misfits (Gli spostati, 1960, di J. Huston), The Children’s Hour (Quelle due, 1962, di W. Wyler), Who’s Afraid of Virginia Woolf? (Chi ha paura di Virginia Woolf?, 1966, di M. Nichols), Willard (Willard e i topi, 1971, di D. Mann), Wise Blood (1979, di J. Huston), Carny (1980, R. Kaylor).

Un esempio valido dell’uso “cotrappuntistico della musica di North si ha in The Bad Seed (Il giglio nero, 1956, di M. Le Roy), storia di una bambina corrotta e assassina in cui le dissonanze di disturbo si infiltrano in una innocente sonatina eseguita al pianoforte dalla protagonista. La sua – l’ha dichiarato lui stesso – non è una musica d’azione, ma di carattere. È per questo che North non si è specializzato in una determinata direzione ma risolve dal di dentro ogni spunto, tranne rari casi in cui si adagia nella convenzione come in Desirèe (idem, 1954, di H. Koster), The Rose Tatoo (La rosa tatuata, 1955, di D. Mann) e The Agony and the Ecstasy (Il tormento e l’estasi, 1965, di C. Reed). North dà prova della sua intelligenza anche in alcuni kolossal, contravvenendo con soluzioni asciuttissime agli schemi pompieristici propri del genere: Spartacus (idem, 1960, S. Kubrick) e Cleopatra (idem, 1963, di J. Mankiewicz).

Notevole anche l’uso originale di materiale esotico o folkloristico, come in Viva Zapata (idem, 1952, di E. Kazan), dove la musica per la scena della liberazione nasce dal battito di sassi dei peones, avente significato di protesta collettiva, The Sound and The Fury (L’urlo e la furia, 1958, di M. Ritt) e Sanctuary (Santuario, 1961, di M. Ritt), entrambi con materiali attinti dalla tradizione musicale del sud degli Stati Uniti e Cheyenne Autunmn (Il grande sentiero, 1964, di J. Ford), che utilizza temi di nenie indiane.

Negli anni ’70 e ’80 North si distacca gradualmente dall’agone, ma trova modo di lasciare comunque il segno, come in Bite the Bullet (Stringi i denti e vai!, 1975, di R. Brooks), Under the Volcano (Sotto il vulcano, 1983, di J. Huston), Prizzi’s Honour (L’onore dei Prizzi, 1985 di J. Huston), The Dead (Gente di Dublino, 1987, di J. Huston) e Good Morning, Vietnam! (idem, 1988, di B. Levinson).

 

 

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