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Introduzione alla teoria dei corpora allineati con applicazione a traduzioni diverse di un intermezzo cervantino

Elisabetta Usseglio.

 

Questo articolo vuole servire da introduzione al corpus di testi allineati, contenente alcune traduzioni di tutti gli Intermezzi cervantini, realizzato secondo la volontà e le indicazioni del prof. Aldo Ruffinatto, docente di Letteratura Spagnola presso l'Università di Torino e direttore di questa rivista.

Questo corpus sarà presto disponibile su Artifara per chiunque desiderasse confrontare minuziosamente diverse traduzioni italiane di testi cervantini.

 

    Tecnologie del Linguaggio Umano

 

    Con l’aprirsi del nuovo millennio abbiamo assistito al progressivo definirsi della cosiddetta “società dell’informazione”, caratterizzata dall’introduzione delle nuove Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione in molti ambiti della nostra vita.

    Questo processo interessa molto da vicino il linguaggio. Non a caso le maggiori conquiste di questa nuova società riguardano le agevolazioni nella comunicazione fra gli uomini grazie al superamento di barriere spazio-temporali fino a qualche tempo fa estremamente limitanti.

    Le  Tecnologie del Linguaggio Umano, che consistono nello sviluppo di nuovi sistemi informatici capaci di riconoscere, analizzare, interpretare e generare linguaggio,  consentono una migliore interazione fra l’uomo e il calcolatore, una più rapida acquisizione di informazioni e forniscono innumerevoli metodi e strumenti per  il  potenziamento  della  ricerca  nell’ambito  delle Scienze Umane,  in  generale, e  della Linguistica, in particolare.

    Grazie alla progettazione di macchine in grado di emulare sempre meglio le capacità linguistiche umane abbiamo assistito a progressi significativi in questo settore, tanto che, negli ultimi decenni, hanno visto la luce alcune nuove discipline, tra cui la Linguistica Computazionale.

 

    La Linguistica computazionale

 

    Negli anni Settanta e Ottanta, infatti, con l’utilizzo sempre più intenso dei computer per immagazzinare, elaborare e trasmettere testi, aumentò la richiesta di programmi informatici in grado di filtrare ed analizzare il linguaggio. Ciò costituì uno stimolo per molte ricerche linguistiche e promosse la nascita di discipline come la succitata Linguistica Computazionale.

    Quest’ultima, fondandosi su un tipo di conoscenza a carattere interdisciplinare, dato che combina le teorie di analisi e produzione del linguaggio con concetti e tecniche informatici, ha richiesto fin da subito la collaborazione tra linguisti, informatici e psicologi.

    Oggigiorno possiamo individuare tre principali tipi di applicazioni  che  fanno  della  Linguistica  Computazionale uno strumento  di  grande  utilità   nella   società   dell’informazione:

 

 -   sistemi che  agevolano  l’utente  nella  comunicazione con il computer.  Si  tratta  delle interfaccia   uomo-macchina (che permettono all’utente   di    interagire   con la macchina nella sua   lingua     naturale     invece   che     tramite      linguaggi informatici o menù complessi), ma anche di applicazioni per la consultazione  di  banche dati o per il recupero e la cernita dell’informazione;

 

-  sistemi di aiuto in studi linguistici. Sono strumenti di analisidi testo e di corpus che consentono di automatizzare alcune noiose e faticose     attività come determinare la frequenza di certe parole, stabilire concordanze e analizzare statisticamente i dati testuali. Il linguista è sollevato così da compiti meccanici e può concentrarsi in analisi qualitative più complesse;

 

-  sistemi che permettono agli uomini di comunicare tra loro pur utilizzando lingue diverse. All’interno di questo gruppo l’applicazione più importante è la Traduzione Automatica che è stata uno dei primi obiettivi della Linguistica Computazionale applicata.

 

    La Traduzione Automatica

 

    Dato che la realizzazione del nostro corpus prevede il confronto fra differenti traduzioni di un testo, non sarà superfluo spendere qualche parola sul presente/futuro della Traduzione,  considerando la sua quasi inevitabile interazione con i sistemi informatici.

    Innanzitutto può esserci utile sapere che ogni giorno nel mondo vengono pubblicati all’incirca mille libri, il che implica la necessità di una gran quantità di traduttori che convertano questo materiale in altre lingue per consentirne la diffusione in paesi diversi da quello d’origine. Inoltre la maggior parte di questi testi è di carattere tecnico-scientifico, commerciale, amministrativo e giuridico e la loro traduzione può spesso risultare meccanica e routinaria, soprattutto se paragonata a quella letteraria che costituisce solo il 3 per 100 del totale.

    Le nuove tecnologie informatiche trasformano il lavoro del traduttore operando una suddivisione dei compiti fra l’uomo e la macchina. A quest’ultima vengono così affidate le operazioni più meccaniche e ripetitive, mentre al traduttore spetta ovviamente la totale supremazia  nelle scelte di carattere poetico e creativo.

    Come ha rilevato Martin Kay “La traducción, aun siendo un arte delicada y precisa, conlleva muchas tareas que son mecánicas y rutinarias. Si estas tareas fueran encomendadas a una máquina, la productividad del traductor no sólo se vería magnificada, sino que su trabajo se haría más gratificante,  más apasionante, más humano. […] El ordenador es un instrumento que puede servir para magnificar la productividad humana.” .

 

    Breve Storia della Linguistica dei Corpora

 

    L’ambito di studi nel quale riscontriamo i corpora più primitivi è quello della ricerca sull’acquisizione della lingua.

    Siamo nel periodo degli studi sui diari (approssimativamente 1876-1926), diari di genitori, tenuti scrupolosamente, in cui venivano riportate le espressioni linguistiche dei bambini. Questi sono corpora ancora oggi usati come fonti di dati normativi.

    Successivamente vasti studi campione coprirono il periodo che va all’incirca dal 1927 al 1957: l’analisi veniva eseguita su un gran numero di bambini con il preciso scopo di stabilire norme di sviluppo. Dal 1957 ad oggi si è avuto il predominio di studi longitudinali, basati sempre sulla raccolta di espressioni linguistiche, ma con un campione più ridotto: suppergiù tre bambini che vengono esaminati per lunghi periodi di tempo.

    L’interesse per le convenzioni ortografiche della propria lingua, invece, spinse Kading, intorno al 1897, a realizzare un grande corpus che non sfigura, in termini di ampiezza, dinanzi ai corpora moderni: ben 11 milioni di parole per analizzare la distribuzione della frequenza delle lettere in tedesco.

    Più tardi linguisti, come Fries e Traver (1940) o Bongers (1947), usarono i corpora nella ricerca sulla dimensione educativa dell’insegnamento di una lingua straniera. In effetti i corpora e l’insegnamento della seconda lingua hanno avuto un legame forte nella prima metà del XX secolo, in quanto le liste di vocaboli per gli studenti venivano spesso tratte dai corpora.

    Molto forte fu poi l’influenza di Chomsky, il quale, in brevissimo tempo, mutò direzione alla linguistica, orientandola dall’empirismo al razionalismo. Così facendo invalidò il corpus come mezzo affidabile nella ricerca linguistica: era sua opinione, infatti, che il corpus non potesse essere uno strumento utile per il linguista in quanto raccolta di manifestazioni linguistiche, “dati di esecuzione”, insufficienti per modellare la “competenza linguistica” .

    Quest’ ultima fu definita come la conoscenza tacita e interiorizzata di una lingua, mentre per “esecuzione” Chomsky indicò il segno esterno dato dall’uso della lingua in determinate occasioni: “We thus make a fundamental distinction between competence (the speaker-hearer’s knowledge of his language) and performance (the actual use of language in concrete situations). […] A record of natural speech will show numerous false starts, deviations from rules, changes of plan in mid-course, and so on. The problem for the linguist, as well as for the child learning the language, is to determine from the data of performance the underlying system of rules that has been mastered by the speaker-hearer and that he puts to use in actual performance.[…] A grammar of language purports to be a description of the ideal speaker-hearer’s intrinsic competence. […] The limitations of traditional and structuralist grammars should be clearly appreciated. Although such grammars may contain full and explicit lists of exceptions and irregularities, they provide only examples and hints concerning the regular and productive syntactic processes”.

    Questa la posizione  di   Chomsky, ma  non  la  sua  unica    base critica.

    Il lavoro della prima Linguistica dei Corpora poggiava su due ipotesi fondamentali ma errate:

      - le frasi di una lingua naturale sono finite;

      - le frasi di una lingua naturale possono essere raccolte e numerate.

    Evidenziando come una lingua naturale possieda un numero potenzialmente infinito di frasi, lo studioso di Philadelphia  sostenne, come unico valido approccio all’analisi di una lingua, il bisogno di descriverne le regole, di individuare quelle leggi che, loro sì finite, danno origine a serie infinite di frasi.

    D’altra parte la prima Linguistica dei Corpora rifiutava l’uso dell’introspezione. E perché, giustamente, se attraverso di essa si è in grado di scavare nella mente ed esaminare la competenza linguistica, ci si dovrebbe affannare per enumerare le frasi di una lingua?

    A   prescindere   dalle   critiche    teoriche   di    Chomsky,   poi, esistevano problemi pratici dati dalla mancanza di strumenti che consentissero   un’ agevole   elaborazione   dei   dati.   In   effetti, realizzare una ricerca in un corpus di 11 milioni di parole come quello di Kading avendo a disposizione solamente occhi e penna era un’impresa dispendiosa  in  termini di tempo nonché fallibile e costosa.

    Fu così che, negli anni 50, in seguito a queste e ad altre critiche, la Linguistica  dei   Corpora  fu    in   gran    parte   abbandonata. Ma non si estinse del tutto.

    Infatti, ad esempio, nel campo della Fonetica i dati osservati in natura rimasero la fonte dominante di prove, così come avvenne nello studio dell’acquisizione del linguaggio nei bambini.

    Inoltre, fra gli anni 50 e gli anni 80 alcuni linguisti continuarono ad essere pionieri nella ricerca basata sui corpora: nel 1960 Quirk progettò la costruzione del Survey of English Usage (SEU), che iniziò nel 1961; nello stesso anno Francis e Kucera intrapresero l’elaborazione del Brown Corpus, completato poi in due decenni; in seguito, nel 1975 Jan Svartvik cominciò a lavorare su entrambi i corpora arrivando a realizzare il London-Lund Corpus.

    In   questo    periodo    il  computer   lentamente si affermò come supporto   fondamentale   per  la   Linguistica   dei   Corpora. 

    La macchina  si rivelò in grado di svolgere in breve tempo e con un notevole    margine   di   infallibilità ciò che, senza il suo utilizzo, avrebbe  richiesto   al   linguista   lunghe   attese  e  grande fatica.                                           

    La disponibilità più ampia di servizi offerti dal computer, sia istituzionali che privati, e la disponibilità di corpora in formato digitale rilanciarono la Linguistica dei Corpora  consentendone quella rivalutazione che si manifesta nel vasto numero di corpora  realizzati  fino  ad  oggi o tuttora in fase di elaborazione.

    Ma che cos’è per la Linguistica Moderna, che sempre più si avvale  delle  nuove   tecnologie   dell’informazione, un corpus?

 

    Definizione moderna di corpus e applicazioni più diffuse

 

    In linea di massima qualsiasi raccolta che contenga più di un testo può essere definita un corpus (parola, questa, che appartiene al latino e significa “corpo”, “insieme”).

    Ma il termine “corpus”, usato nel contesto della Linguistica Moderna, possiede connotazioni più specifiche.

   Innanzitutto,  in  contrapposizione ad una semplice collezione di testi, come può essere una biblioteca digitale, esso deve essere rappresentativo al massimo grado della lingua o della varietà linguistica oggetto di studio. Spesso, infatti, i corpora cercano di essere   specchio   di  un   determinato  “stato” del linguaggio: un periodo, uno stile, il linguaggio di un certo strato sociale, ecc... In tal caso due sono le possibili alternative per la raccolta dei dati:

       - analizzare ogni singola espressione linguistica di quella varietà. Opzione, questa, improponibile se non in pochi casi, per esempio con una lingua morta di cui si possiedano solo più alcuni testi;

       - costruire un campione, di quella varietà linguistica, di dimensioni tanto maggiori quanto più vogliamo che il corpus sia affidabile nel suo compito di rappresentatività. È questa l’opzione, decisamente più realistica della precedente, adottata nella maggioranza dei casi.

    Il corpus deve essere dunque un campione di linguaggio rappresentativo rispetto a determinati fini.

    La seconda caratteristica dei corpus è che essi sono quasi sempre di carattere statico, corpus chiusi, ovvero collezioni di testo dalle dimensioni finite che vengono determinate all’inizio del progetto. Esistono tuttavia anche i cosiddetti “ corpus di monitoraggio”, corpus aperti ai quali si possono via via aggiungere nuovi materiali e scartare ciò che non serve più. Questa tipologia è particolarmente utilizzata negli studi lessicografici sul linguaggio contemporaneo che prevedono la compilazione di “learner corpora”, testi scritti da persone che stanno imparando una nuova lingua.

    Un altro aspetto del moderno concetto di corpus è il formato digitale: se nel passato  il riferimento d’obbligo era al testo stampato, oggigiorno il termine “corpus” ha implicita la caratteristica “leggibile dal computer”. Ciò li rende, nel confronto con i loro antenati cartacei, più veloci da esaminare e manipolare e più agevoli nell’aggiunta di informazioni extra.

    Infine, un aspetto irrinunciabile per il corpus è il suo essere il più possibile pubblico e di facile accesso per i ricercatori. Solo in questo modo sarà strumento efficace per il confronto e l’evoluzione delle nuove teorie linguistiche.

    Gli usi più frequenti dei corpus ai giorni nostri si presentano sotto quattro aspetti principali:

      - l’analisi di una lingua  e la determinazione delle sue caratteristiche;

      - la verifica empirica di teorie linguistiche;

      - la progettazione delle macchine per lo più per adattare il loro comportamento nei confronti del

        linguaggio a circostanze specifiche;

      - come campo di prova di applicazioni di tecnologia linguistica per poterne determinare il buon

        funzionamento nella pratica.

 

    Tipologie di Corpora

 

    Operiamo ora una rapida classificazione dei corpora in base a caratteristiche di contenuto e di struttura.

    Julia Lavid, nel suo recentissimo “Lenguaje y nuevas tecnologías”, distingue fra raccolte equilibrate e squilibrate, “cuando la diferencia radica en el hecho de si la colleción es representativa de una amplia variedad  de usos de la lengua, frente a aquellas que favorecen uno o varios tipos de usos o variedades lingüísticas (ya sean éstas históricas, geográficas o sociales)”.

    In generale, prosegue la Lavid, le raccolte che ci sono tuttora non anelano a coprire tutta la lingua, ma ad essere campioni rappresentativi delle sue differenti varietà. Chiamiamo “corpora completi” solo quelli che posseggono tutte le opere di un determinato autore o di un genere letterario specifico.

    In base al fatto che i testi riuniti appartengano al medesimo periodo o a periodi storici diversi, distinguiamo, poi, corpora sincronici e diacronici. Tra i primi, ad esempio, quelli che analizzano una lingua in un determinato periodo, tra i secondi quelli che considerano l’evolversi della lingua nel tempo.

    I corpora, inoltre, possono anche essere costituiti da campioni di lingua parlata che talvolta vengono trascritti con un sistema di trascrizione fonetica, anche se attualmente non esistono molti esemplari di raccolte trascritte foneticamente disponibili al pubblico. Ciò è motivato dai lunghi tempi che la trascrizione fonetica richiede, essendo un’operazione che deve essere eseguita    dagli      uomini        più      che        dai       computer.

    Un altro possibile parametro  di   classificazione   consiste   nella natura  degli autori  dei testi:  questi  possono  essere parlanti di madre-lingua oppure parlanti di una lingua che hanno studiato.

      Un corpus può poi apparire con la dicitura “senza note” se si trova allo stato originale di testo semplice, mentre quando si presenta con note è stato arricchito di vari tipi di informazioni linguistiche. Una raccolta di testi può rivelarsi estremamente utile se fornita di note, perché le informazioni linguistiche in essa implicite sono state rese esplicite.

    Alcuni tipi di note, conosciute come “taggings”,  implicano l’attribuzione di codici speciali, chiamati “tags”, alle parole per indicare di quale parte del discorso si tratta. Queste note sono assai vantaggiose perché aumentano la specificità del recupero dei dati dai corpora e, inoltre, si prestano come base essenziale per ulteriori forme di analisi (come l’analisi sintattica e semantica).

    Il “problem-oriented tagging” è il fenomeno per cui  gli utenti aggiungono al corpus le proprie note, elaborandole, ovviamente, in   base   al   proprio   obiettivo   di     ricerca.

    Abbiamo  lasciato  per  ultima  la  tipologia  a  cui appartiene, in modo  specifico ,  il  corpus  della   cui   realizzazione   ci  siamo occupati.          

    Si tratta dei corpora multilingue, i quali contengono testi appartenenti a due o più lingue diverse  (bilingue o plurilingue)  e che vengono a loro volta distinti in due tipi. Il primo tipo si presenta come una serie  di piccole raccolte di corpora monolingue singoli che contengono ciascuna testi completamente differenti. Il secondo tipo, quello per noi decisamente più interessante, è costituito dai cosiddetti “corpora paralleli”.

    Questo è un tipo di corpus ( risalente per certi versi al Medioevo, quando venivano realizzate bibbie poliglotte contenenti i testi biblici in ebraico, latino e greco fianco a fianco) che contiene gli stessi testi in più di una lingua. Tuttavia, affinché esso sia veramente utile per l’utente che vuole confrontare traduzioni diverse di un medesimo testo, è necessario che i testi vengano allineati per poter osservare frase per frase ogni variazione, ogni differenza.

    Un corpus del genere prende il nome di “corpus allineato” ed è indubbiamente lo strumento più valido per confrontare il lavoro di diversi traduttori in quanto permette di individuare le peculiarità di tecnica e di stile di ogni traduzione tramite uno sguardo trasversale che rileva quali procedure, quali atteggiamenti si manifestano in modo sistematico.

    Alla realizzazione di un corpus di testi allineati comprendente gli Entremeses cervantini e alcune loro traduzioni ho collaborato con questo studio e con l'analisi, in esso sommariamente contenuta e realizzata attraverso l'utilizzo del corpus, di due traduzioni dell' intermezzo intitolato "La guarda cuidadosa".

    Spenderò ora dunque qualche parola per raccontare, brevemente, al lettore la storia degli intermezzi, in particolare di quelli cervantini e, tra questi, verranno esaminati poi i contenuti de “La guarda cuidadosa”.

 

    Intermezzi

 

    “Entremés” è una parola che prima di definire un genere teatrale designò molte altre cose: qualsiasi intervallo festivo all’interno di una celebrazione, divertimenti musicali, danze o tornei e, ancora oggi, questo termine sostituisce in Spagna il nostro “antipasto”.

    Per quello che ci riguarda sappiamo che gli intermezzi nascono come azioni teatrali minori (sostituendo talvolta danze o stanze cantate), destinate a colmare il vuoto tra un atto e l’altro di alcune interminabili comedias e ad offrire una sosta allegra, leggera e spassosa allo spettatore.

    Gli intermezzi godevano di scarso prestigio fra i letterati: per molti anni, infatti,  non si ebbe un unico poeta, famoso o oscuro, che si degnasse di pubblicare con il proprio nome questi pezzi, talvolta inseriti in raccolte di comedias, come quella del 1605 di Lope de Vega, ma lasciati anonimi.

    Un altro Lope, Lope de Rueda (1505-1585) battiloro e capocomico di Siviglia, viene invece segnalato dai più come il padre di questo genere teatrale.

    Cervantes stesso, nel famoso “Prólogo al lector” che apre il volume delle sue comedias e degli entremeses, ci rimanda a Lope de Rueda, “varón insigne en la representación y en el entendimiento”, ricordando il piacere provato da ragazzino nell’assistere ad alcuni suoi lavori e indicandolo come colui che in Spagna aveva per primo dato dignità alla rappresentazione teatrale, occupandosi di “comedias y de las cosas a ellas concernientes”.

    Sono proprio i  celebri pasos (o farse) del grande Lope a essere stati indicati da molti critici come gli antecedenti, un po’ rozzi, dell’ intermezzo come genere. Questi pasos, dallo scarso contenuto tematico, dato che si reggevano per lo più su una burla o un inganno, erano costituiti da  realistiche scene di vita e da motivi comici popolareschi accompagnati spesso da un linguaggio sboccato ed immorale.

Fu Cervantes che preservò da prematura corruzione l’intermezzo, riscattando “questi pezzi comici dal ruolo subalterno in cui erano relegati” e  conferendo “agli stessi, opportunamente modificati sia nella denominazione che nella struttura, la qualifica di oggetti autonomi e autosufficienti capaci di inaugurare un nuovo genere teatrale” .

    Gli intermezzi cervantini sono: “El juez de los divorcios”, “El rufián viudo”, “La elección de los alcaldes de Daganzo”, “La guarda cuidadosa”, “El bizcaíno fingido”, “El retablo de las maravillas”, “La cueva de Salamanca” e “El viejo celoso”. Questo è l’ordine in cui sempre comparirono stampati e, nonostante le innumerevoli congetture elaborate a tal proposito non si è mai riusciti ad individuare con certezza un perché nel loro ordine di collocazione. Sono tutti in prosa tranne il secondo e il terzo che sono in versi.

    Questi scritti, estremamente vivi, ironici e di carattere realistico, vedono affaccendarsi al loro interno (spesso per ordire inganni) personaggi di basso rango, individui socialmente umili, come per un curioso parallelo con il genere umile a cui questi scritti, che fanno appello al più basso comun denominatore della sensibilità degli spettatori, appartengono.

    Gli intermezzi rifuggono dunque dal tirare in causa (fittizi) membri dell’aristocrazia, dell’alta milizia o del clero più potente, introducendo invece plebei e servi, che, se sono presenti anche nelle commedie è solo perché qui servono per far risaltare, per contrasto, i protagonisti ed i loro simili.

    Dopotutto gli intermezzi sono “solo” delle farse, dei componimenti che mirano principalmente al riso, prodotti del mondo alla rovescia conforme alla tradizione carnevalesca.

    Ma, come ha giustamente rilevato Franco Meregalli, introducendo il concetto di alibi nella sua interpretazione di Cervantes,  essi “ risultano straordinariamente suggestivi appunto perché si trattava di produzioni da non prendere sul serio, in cui si poteva lasciar trasparire molto di quel che si aveva dentro, avendo l’alibi pronto: «Non vorrete prendere tutto questo sul serio, alle volte? Sono delle farse, quel che dico lo dico per ridere».

    Per Cervantes, che conosceva i metodi dell’Inquisizione, è questa una buona opportunità per abbandonare molte cautele perbeniste, pur rimanendo estremamente conciliante al fine di evitare di inimicarsi chicchessia. La Chiesa in primo luogo. Come vedremo uno dei due protagonisti de “La guarda cuidadosa” è un sottosacrestano e questo è il grado massimo della gerarchia ecclesiastica tirato in ballo negli “entremeses”.

    Gli intermezzi cervantini continuano ad essere, comunque, un valido strumento per sondare ed analizzare, attraverso la loro osservazione minuta della società, dei suoi desideri ed interessi, un’epoca ormai lontana raccontataci con “malinconica saggezza” e “nella considerazione, pietosa e sorridente, dell’umana debolezza”.

    Presentiamo ora, brevemente, una delle possibili classificazioni in cui sono stati suddivisi gli “entremeses”: quella proposta nel 1970 da Eugenio Asensio.

    “Los entremeses de Cervantes, tan cargados de tradición como inclinados al experimento, gravitan entre dos tipos extremis: la pieza de acción y movimento y la pieza estática sin protagonista ni desenlace. La de acción presenta una cadena de sucesos causalmente eslabonados, que desembocan en un final festivo que tiene mucho de caprichoso, de explosivo y sorprendente. Hay una intriga con personajes activos, hay movimiento hacia una meta. En este grupo podemos incluir “La cueva de Salamanca”, “El viejo celoso” y “El vizcaíno fingido”. En el polo opuesto está la pieza estática, sin anécdota, ni encadenamiento motivado de sucesos, en la cual desfila una serie de personajes colocados en una situación común frente a la que reaccionan de modo diferentes revelando su diversidad y acentuando sus contrastes. La común situación y la presencia de un juez o un árbitro, ya individual, ya colectivo, les presta una apariencia de unidad. Tales son “La elección de los alcaldes de Daganzo” y “El juez de los divorcios”. Una tercera modalidad de entremés, aliando la reseña de personajes a una tenue, de cuando en cuando interrumpida acción que los encuadre, armoniza el retratismo y el movimiento hacia un desenlace. En ella podríamos incluir “El rufián viudo”, “El retablo de las maravillas” y “La guarda cuidadosa”.

 

    “La guarda cuidadosa”

 

    I protagonisti di questo che è uno dei più fortunati intermezzi di Cervantes (anche se c’è chi sostiene che risulti inferiore ad altri meno noti) sono un soldato cencioso, squattrinato e fanfarone ed un sottosacrestano, di nome Lorenzo Pasillas, che si contendono i favori della giovane e bella sguattera Cristina.

    Unico a rimanere sempre in scena per tutta la durata della vicenda è il soldato, il quale, da buona sentinella all’erta, vigila sotto l’abitazione in cui lavora e dimora la serva: vuole impedire a chiunque di avvicinarla, scongiurando così la concorrenza di altri eventuali pretendenti.

    Tuttavia, a parte il sottosacrestano, nessuno dei personaggi che si ritrovano a percorrere quel tratto di strada ha la benché minima intenzione di corteggiare Cristina e le apprensioni del soldato risultano così tanto più comiche quanto più sono immotivate. Costui, che tenta di ingannare più se stesso che gli altri, che si illude contro ogni evidenza che la donna di cui è innamorato lo ricambi e che non ha altra consolazione che quella di tenere distanti gli altri da ciò che per primo lui non può avvicinare, ci ricorda un po’ Don Quijote  con i suoi miraggi e le sue chimere. D’altra parte anche qui si ripropone la dialettica fra il realista e il sognatore: nell’intermezzo il corrispondente di Sancho è il sottosacrestano che avrà alla fine la meglio, riuscendo, con le sue profferte (concrete anche se mediocri) ad ottenere la mano di Cristina.

    A giudizio del Cotarelo y Mori, come fece notare Alfredo Giannini nel lontano 1915, questo sarebbe il modello perfetto del vero intermezzo spagnolo. “Anche qui” prosegue Giannini “figure vive di gente  chiamate e tratte sul palcoscenico dal marciapiede della via. Il protagonista è il soldato fuori dalle file, ozioso e straccione, bugiardo, comico nelle sue fanfaronate, nella sua boria ed arroganza: tipo caratteristico nel disordine sociale della Spagna e nella letteratura spagnola del Seicento […]”. L’altro è il sottosacrestano: “Potrebbero dirsi l’uno e l’altro due vere maschere comiche del teatro popolare spagnolo, tanto frequentemente e caratteristicamente vi sono rappresentate, sempre in contrasto amoroso fra loro, fino agli ultimi intermezzi del sec. XVIII”. Attorno  a questi due, poi, si aggruppano altri caratteristici tipi di strada: un ragazzo che fa l’elemosina, un merciaio ambulante e un calzolaio. Possiamo farci così un’idea del movimento che animava le “calles madrileñas” nel 1611, anno di probabile composizione del testo.

    Osserviamo, infine, che il soldato squattrinato, malconcio, che girovaga con i suoi certificati attestanti vere o fasulle prestazioni di servizio e di tanto in tanto improvvisa versi, ha fatto spesso pensare (a lettori antichi e moderni) allo stesso Cervantes. L’autoironia al nostro autore di certo non mancava e probabilmente anche lui, come il suo personaggio, si era afflitto, anni prima, constatando che la prodezza militare non commuoveva una società mercantilizia oramai vendutasi interamente al dio denaro. Possiamo immaginare qui  Cervantes anziano che contempla con humor satirico il se stesso idealista e sognatore di molti anni addietro.

 

 

    Confronto di traduzioni.

 

    Scopo della costruzione di questo corpus è, come abbiamo già detto, agevolare, tramite l’allineamento dei testi, lo sguardo di colui che desidera effettuare un confronto fra diverse traduzioni di testi cervantini.

    Le edizioni da noi prese in esame , reletivamente all' intermezzo “La guarda cuidadosa”, sono: quella curata da Eugenio Asensio, che offre tutte le garanzie legate alla pluriennale esperienza di uno fra i massimi cervantisti, di madrelingua spagnola, della contemporaneità; quanto alle traduzioni italiane ci è parso opportuno far risaltare la diversità di atteggiamenti di due curatori che, entrambi, fra le altre cose, docenti di Lingua e Letteratura Spagnola presso alcune Università italiane ( la Bocconi e l’Università degli Studi di Venezia,Franco Meregalli, e la Terza Università di Roma, Rosa Rossi), si sono occupati degli “Entremeses” a distanza di vent’anni l’uno dall’altra e secondo prospettive dissimili: Meregalli dedicandosi alla costituzione di un’opera omnia italiana di Cervantes ( “Tutte le opere di Cervantes”, Mursia, 1971), la Rossi lavorando alla realizzazione di una collana, edita da Lucarini, intitolata “I classici del ridere”. All’interno di questa fece uscire nel 1991 “Intermezzi”.

    Attraverso  la comparazione dei testi esaminati, ci è parso di poter individuare in queste versioni italiane dei buoni esempi delle due tipologie principali di traduzione che Peter Newmark ha definito  semantica e comunicativa o di cui Umberto Eco ha trattato indicandole come source e target oriented.

    Ha scritto Eco: “ Naturalmente tradurre significa rendere il testo comprensibile a un lettore di lingua diversa, ed è in questa tensione che si articola il problema della “fedeltà”, che è sempre fedeltà-per-qualcuno, ovvero fedeltà di qualcuno rispetto a qualcosa d’altro al servizio di qualcun altro ancora. […] Su questa tensione si basa l’idea, prevalente ormai nella teoria contemporanea della traduzione, che – se occorre portare il lettore a capire l’universo semiotico dell’originale – occorre parimenti trasformare l’originale adattandolo all’universo semiotico del lettore. Di fronte alla domanda se una traduzione debba essere source o target oriented, ritengo che non si possa elaborare una regola, ma usare i due criteri alternativamente, in modo molto flessibile, a seconda dei problemi posti dal testo a cui ci si trova di fronte”.

    Source oriented è la traduzione che rivolge la sua attenzione principalmente al testo originale, all’autore e al contesto storico-sociale di quest’ultimo; target oriented, invece, quella che mira innanzitutto a soddisfare le esigenze di comprensione del pubblico cui la traduzione è rivolta.

    Analogamente Peter Newmark introdusse i concetti di traduzione semantica e comunicativa, sottolineando che ovviamente tutte le traduzioni presentano in qualche modo contemporaneamente entrambi gli aspetti, ma ciò che varia in esse è l’enfasi.

    La traduzione semantica, ha sostenuto Newmark, “mira a rendere l’esatto significato contestuale dell’originale, con tutta la fedeltà consentita dalle strutture semantiche e sintattiche dell’originale.” Essa si preoccupa prevalentemente dell’emittente, di salvaguardare la sua lingua e il suo stile, rimanendo il più possibile nell’ambito della cultura che è propria all’autore. Cerca di mantenere il testo più che mai vicino agli elementi figurati e formali dell’originale, compresi gli effetti sonori; la lunghezza dei periodi e la posizione delle parole più enfatiche sono qui tendenzialmente rispettate.

    La traduzione comunicativa, dal canto suo, “cerca di produrre sui suoi lettori un effetto il più vicino possibile a quello prodotto sui lettori dell’originale. […] Si  rivolge esclusivamente al secondo lettore che non si aspetta forme difficili e oscure bensì, dove necessario, un ingente trasferimento degli elementi stranieri non solo nella sua lingua ma anche nella sua cultura.” Qui si opera una rielaborazione della sintassi, scegliendo le parole più usate e inserendole nelle collocazioni più comuni, nello sforzo di rendere il testo più idiomatico, più scorrevole e di più semplice lettura.

    Ci è parso, dicevamo, che le versioni italiane de “La guarda cuidadosa” da noi esaminate potessero ben esemplificare queste due tipologie della traduzione.

    L’edizione curata da Meregalli, estremamente fedele all’originale, precisa e scevra di grandi variazioni, tenta per quanto possibile di mantenere intatto il senso ironico legato al contesto di provenienza dell’opera. Possiamo definirla una buona traduzione semantica o source oriented.

    Rosa Rossi, invece, ha lavorato per un’edizione che si propone “di reintegrare il più possibile per il lettore italiano i valori comici assoluti del testo” servendosi di una traduzione “nuova e diversa”,una traduzione “nella quale si punta a rendere il più possibile i giochi di parole e i nomi comici; e, per mantenere questo carattere di immediata comprensibilità per lo spettatore/lettore odierno, si sostituiscono i riferimenti a situazioni e personaggi dell’epoca con equivalenti attuali.” Nessun bisogno di ulteriori giustificazioni per una traduzione dichiaratamente comunicativa e target oriented.

  

    …in conclusione.

 

    Di necessità non esistono due traduzioni dello stesso testo uguali e non è neanche sempre così evidente quando sia possibile parlare, nel confronto, di traduzione migliore o peggiore.

    Che decida di essere fedele e legato strettamente al testo di partenza o che lavori prevalentemente per dare al “suo” pubblico una versione il più possibile accattivante e coinvolgente dell’opera con cui si cimenta, il traduttore, a ben guardare, svolge un mestiere difficile e, per certi versi, ingrato. Facile bersaglio di critiche, quando il suo operato venga preso in esame, lavora sovente nell’ombra, senza che i lettori, che si nutrono delle sue parole, siano anche solo sufficientemente curiosi da voler conoscere il suo nome.

    Se l’autore tradotto, poi, appartiene ad un contesto socio-culturale  e ad un’epoca distanti, il compito del traduttore si fa tanto più arduo quanto più sia inusuale, per lui, l’abbandono della propria individualità. Ha scritto Pierre Menard, infatti, che il metodo ideale per tradurre Cervantes (come poi altri autori del Siglo de Oro) necessiterebbe, oltre che di un’ottima conoscenza della lingua spagnola, di un completo oblio delle informazioni relative alla storia d’Europa dopo il 1615, nonché di un recupero della fede cattolica e dell’avversione a mori e turchi.

     Il tutto per poter compiere “un atto di simpatia intellettuale” che consenta di risuscitare quel peculiare sistema di valori e di vivere, a tratti, nei panni del “monco de Lepanto”.

    Il corpus di intermezzi che abbiamo contribuito a realizzare, può essere un valido strumento per chi, giustamente insoddisfatto della parziale analisi qui svolta, desideri cimentarsi con noi nell’osservazione di come gli scritti cervantini siano stati di volta in volta tradotti in Italia.

Da indiscrezioni ci è parso di intuire che sia in programma la composizione di un analogo corpus relativo alle “ocho comedias” di prossima pubblicazione su Artifara.

    Ma su questo non anticipiamo nulla e facciamo largo a vecchi e nuovi appassionati iberisti.


 

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

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CERVANTES, M., (1984), Entremeses, a cura di Nicholas  Spadaccini, Catedra.

CERVANTES, M., (1915), Gl’Intermezzi, a cura di Alfredo Giannini, Lanciano, R. Carabba editore.

CERVANTES, M., (1990), Intermezzi, a cura di Rosa Rossi, Lucarini editore.

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TERRACINI, B., (1983), Il problema della traduzione, Serra e Riva editori.

 

SITI INTERNET

 

ALPHABIT.NET

A cura di Isabella Chiari.

http://www.alphabit.net

ARTIFARA, rivista di letterature iberiche e ibero-americane

Diretto da Aldo Ruffinatto.

http://www.artifara.com

BIBLIOTECA VIRTUAL MIGUEL DE CERVANTES

http://www.cervantesvirtual.com

LINGUISTICA SU CORPUS

A cura di Roberto Zamparelli

http://www.esterni.unibg.it

TRADURRE DALLO SPAGNOLO-Giornata di studio Milano 28 febbraio. Gli strumenti del traduttore, a cura di Elena Liverani.

http://www.ledonline.it

 

 

 

Note 

 

 

[1]  MARTIN, KAY, “The Proper Place of Men and Machines in Language Translation”, Machine Translation, Kluwer Academic Publishers (1997), pag. 13. Citato da JULIA, LAVID  in Lenguaje y Nuevas Tecnologías,  Cátedra(2005), pag.235

[2]  NOAM, CHOMSKY, Aspects of the theory of syntax, The M.I.T. Press (1965), pagg. 4-5.

[3]   Cfr. ISABELLA, CHIARI, Informatica e lingue naturali. Teorie e applicazioni  computazionali per la ricerca sulle lingue, Aracne, cap. 1 “Il paradigma di Chomsky, modelli e linguaggi formali” e STEFANIA, SPINA, Fare i conti con le parole. Introduzione alla Linguistica dei Corpora, Guerra (2001),  in particolare il capitolo 1.4 “Empirismo o introspezione? L’influenza di Chomsky”.

[4]  J. LAVID, Lenguaje y Nuevas Tecnologías, Cátedra (2005), pag.306.

[5]  M. DE CERVANTES, Entremeses, Edición de Nicholas Spadaccini, Cátedra (1984), pag. 93.

[6]  A. RUFFINATTO, Cervantes, un profilo su smalti italiani, Carocci (2002), pag. 53.

[7]  FRANCO, MEREGALLI, Introduzione a Cervantes, Laterza (1991), pag.119.

[8] CARMELO, SAMONÀ, Profilo di letteratura spagnola, Teoria (1985),pag. 72.

[9]  M. DE CERVANTES, Entremeses, a cura di Eugenio Asensio, Clásicos Castalia (1970), pag. 18.

[10]  M. DE CERVANTES, Gl’Intermezzi, a cura di Alfredo Giannini, Lanciano, R. Carabba editore (1915), pagg. 63-64.

[11]    UMBERTO, ECO, Semiotica e filosofia del linguaggio, Einaudi (1984), in Teorie contemporanee della traduzione, a cura di SIRI, NERGAARD,Bompiani (1995) pagg. 124-125.

[12]   PETER, NEWMARK, La traduzione: problemi e metodi (Approache to translation), Garzanti (1988), pag. 79.

[13]   Ivi, pagg. 79-80.

[14]   M., DE  CERVANTES, Intermezzi, a cura di Rosa Rossi, Lucarini (1990),pag. 19.

[15]   Ivi, pag. 19.

[16]   Cfr. MOUNIN, Teoria e storia della traduzione, Einaudi (1965), citato in A. RUFFINATTO, Cervantes, un profilo su smalti italiani, Carocci (2002),  pag. 188.

[17]   BENVENUTO, TERRACINI, Il problema della traduzione, Serra e Riva Editori (1983), pag. 13.