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ALBERTO BLECUA, SIGNOS VIEJOS Y NUEVOS. ESTUDIOS DE HISTORIA LITERARIA, BARCELONA, CRÍTICA, 2006.

di Annarita Ricco

 

A quasi quarant’anni dal primo lavoro che consacrò Alberto Blecua come astro nascente nel panorama critico della fine degli anni sessanta[1], il filologo barcellonese continua a sorprendere i lettori. È fresca di stampa una raccolta di studi che ripercorre cronologicamente la splendida carriera del Professore, un volume in cui un unico filo conduttore – la passione per l’ecdotica [«Nunca he creído demasiado en la teoría literaria de los modernos…siempre me he movido en la praxis. Quiero decir que siempre he procurado ir a los textos…»[2]] – compatta e rende omogenea una visione solida e multipla di quello che fu l’insieme di discipline che integrarono in Spagna, e in un determinato periodo della sua storia letteraria, le «letras de humanidades», leggi studia humanitatis.

Il segno della continuità – che non manca di presentarsi in maniera ridondante già dal titolo del neonato saggio, Signos viejos y nuevos, in cui Blecua rievoca uno studio[3] dedicato alla poesia di uno degli scrittori del Siglo de Oro riscoperto in epoca recente e oggetto della sua tesi dottorale[4], Gregorio Silvestre – è percepibile sin dall’apertura del volume, dove, accanto ad un prologo illustrativo della genesi degli articoli qui riuniti, ci si imbatte nella bibliografia completa dello scrittore, bibliografia che si offre come un omaggio conoscitivo per il lettore “ingenuo” e prezioso per il lettore competente. È tra le pagine di questo libro che è possibile risalire agli albori della migliore critica testuale ispanica, attraverso un viaggio tra i secoli della storia letteraria spagnola che vengono qui esemplarmente riordinati e riproposti. Il lavoro offre gli studi che l’autore ha giudicato più significativi della sua carriera: si tratta di contributi pubblicati per riviste specializzate e oggi difficili da reperire, rivisti e attualizzati per l’occasione. Nel corpus del volume il lettore troverà pagine definitive sulle origini del teatro in Castilla[5], sulla ricezione di Virgilio in Spagna[6], altre, classiche ormai, sull’ambiente poetico nel quale si formò Fray Luis de León[7], a continuare con la riproposta delle sue riflessioni sulla poesia di San Juan[8] o di Góngora[9] e, non ultime, quelle relative alle opere di Cervantes[10]. Oltre che un’immersione in quella che fu l’età aurea della letteratura spagnola, Blecua situa con estrema precisione e sicurezza autori e opere anche del secolo XX, come Jorge Guillén[11], Rafael Alberti e Lorca[12].

I ventisette saggi che compongono il testo altro non sono che il prodotto di un sapere vario e senza crepe, accumulato e distillato pazientemente, nel quale si mette in rilievo una conoscenza integrale della tradizione letteraria spagnola e una «manera ejemplar de entender la literatura y de penetrar en su significación»[13]. Ammirevole è, a tal proposito, l’ultimo articolo della carrellata – “Generalidades sobre crítica textual”[14]– nel quale il Professore si ferma a riflettere sulla imprescindibile precisione e correttezza del lavoro del filologo – intendendo con tale termine la figura dell’editore di testi o scientifico delle chiamate humanidades –che si trova a lavorare su di un texto, ovvero «todo aquel mensaje verbal que se trasmite a través de la escritura»[15]. L’obiettivo che Blecua si prefigge di raggiungere è di esporre succintamente il metodo che utilizza, o dovrebbe impiegare, il filologo per conseguire la depurazione dei testi dagli errori che ne impediscono una interpretazione letterarle sicura, e per cercare di ricostruire la voce originale dell’autore o, quanto meno, quella più prossima; metodo che suole essere indicato con il nome di critica testuale[16]. Sebbene lo studioso si prodighi nell’illustrare il metodo filologico più prestigioso adoperato, il cosiddetto lachmaniano, non manca di riflettere sull’importanza di comprendere che ogni testo presenta problemi specifici all’atto della sua trasmissione e che ogni epoca, così come ogni genere, possiede modi distinti di diffusione. Non sorprende che uno studio di questo tipo sia collocato a chiusura del testo, come un sigillo che ha la funzione di racchiudere l’esperienza, la maturità critica e professionale dell’autore stesso. L’opera, in effetti, si apre con un lavoro concettualistico che mira ad indagare sul valore della categoria storico-temporale ed estetico-letteraria del Cinquecento spagnolo; in esso Blecua abilmente  specifica il valore sociale del termine “Siglo de Oro” [17], analizzando come quest’ultimo cambi la propria connotazione a secondo dei periodi – e, di conseguenza, dei valori della società che lo interpreta – durante i quali viene letto ed applicato. Mettendo a confronto categorie temporali con quelle letterali e appoggiandosi su letture critiche che si sono succedute dal Rinascimento ad oggi (senza dilungarsi sulla nascita del topico e della sua funzione in Esiodo, Cicerone, Virgilio o Ovidio), il filologo ripercorre succintamente la storiografia europea a riguardo, da quella italiana a quella francese per arrivare in terra propria, dove si sofferma sulla svolta data da Feijoo y Mayans ai modelli letterari spagnoli del XVII secolo[18]. Si tratta di uno studio di ampio respiro, totale, in cui è possibile venire in contatto con la visione pura ed essenziale della letteratura da parte di Blecua, ugualmente a quanto si verifica nel citato articolo finale della raccolta in esame.

In mezzo ai due poli, alle due macro-porzioni testuali appena illustrate (primo ed ultimo saggio) che operano da catalizzatori  invitanti alla lettura, si snodano capitoli unici nei quali palpita la coscienza critica del barcellonese che funziona a sua volta da stimolo ed esempio per il lettore non sprovveduto.

                                                                                    


[1] “A su albedrío y sin orden alguna: nota al Quijote”, in Boletín de la Real Academia Española, XLVII, 1967, pp. 511-520.

[2] Cito dal prologo, p. 9.

[3] “¿Signos viejos o signos nuevos? («Fino amor» y «Religio amoris» en Gregorio Silvestre)”, in La literatura como signo, ed. J. Romera Castillo, Madrid, Playor, 1981, pp. 110-144. Il lavoro è incluso anche all’interno del volume in esame; cfr., pp. 175-217.

[4] Si tratta di una tesi ancora inedita che Blecua discusse nel 1973 e dal titolo Aportación a la crítica del siglo XVI: las poesías de Gregorio Silvestre, Barcelona,  6 vols.

[5] “Sobre la autoría del «Auto de la Pasión», in Homenaje a Eugenio Asensio, Madrid, Gredos, 1988, pp. 79-112; ibidem., pp. 89-134.

[6] “Virgilio en España en los siglos XVI y XVII”, in Actes del VIè Simposi (Barcelona, 11-13 de febrero del 1981) de la Secció Catalana de la Societat Espanyola d’Estudis Clàssics, Barcelona, Universitat, 1983, pp. 61-77; ibid., pp. 155-174.

[7] “El entorno poético de Fray Luis de León”, in Academia Literaria Renacentista. I: Fray Luis de León (Salamanca, 10-12 de diciembre de 1979), ed. Víctor García de la Concha, Salamanca, Universidad, 1981, pp. 77-99; ivi, pp. 219-248.

[8] “«Echándome tus rayos noche y día». Sobre unas octavas atribuidas a San Juan de la Cruz”, in Hommenage à Robert Jammes, ed. France-Cerdan, Toulouse, Presses Universitaires du Mirail, 1994, pp. 22-32; ibid., pp. 249-271.

[9] “Virgilio, Góngora y la nueva poesía”, vid., « Góngora » in Enciclopedia Virgiliana, Roma, Enciclopedia Italiana, II, 1986, pp. 779a-784a; ibid., pp. 363-371.

[10] “Cervantes, historiador de la literatura”, in Silva. Studia philologica in honorem Isaías Lerner, coords. Isabel Lozano Renieblas y Juan Carlos Mercado, Madrid, Castalia, 2001, pp. 87-97; ivi, pp. 327-340. E “Cervantes y la retórica («Persiles», III.17)”, in Lecciones cervantinas, ed. Aurora Egido, Zaragoza, Caja de Ahorros de Zaragoza, Aragón y Rioja, 1985, pp. 131-147; ibid., pp. 341-361.

[11] “Apuntes sobre Jorge Guillén y su lectura de Góngora”, Voz y letra, XIII, 2002, pp. 107-111; ivi, pp. 443-449.

[12] “Las cuatro estaciones. Sonetos de Rafael Alberti a Federico García Lorca”, Boletín de la Fundación García Lorca, XXXII, 2004, pp. 9-32; ibid., pp. 451-472.

[13] Cito dalla presentazione posta sul retro della copertina del saggio.

[14] In Arbor, CXLVIII, 582, 1994, pp. 11-27; ibid., pp. 473-487.

[15] Ibidem, p. 475.

[16] O critica del testo o critica verbale o ecdotica.

[17] “El concepto de «Siglo de Oro»”, in Historia literaria/Historia de la Literatura, ed. Leonardo Romero Tobar, Zaragoza, prensas Universitarias, 2004, pp. 115-160. Nel saggio tale studio apre il corpus vero e proprio della raccolta; cfr., Alberto Blecua, Signos viejos y nuevos, ed. cit., pp. 31-88.

[18] Alberto Blecua suggerisce di riferirsi per questo aspetto a Francisco Aguilar Piñal in Manuela Lanz de Casafonda, Diálogo de Chindulza: sobre el estado de la cultura española en el reinado de Fernando VI, Oviedo, Universidad, 1972.

 



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