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Il Picariglio Castigliano, cioè la vita di Lazariglio di Tormes
In Venetia. Presso il Barezzi MDCXXII

M. Consolata Pangallo

 

Il Picariglio Castigliano di Barezzo Barezzi è espressione della ricezione del messaggio picaresco veicolato da una delle più rappresentative opere del genere: la Vida de Lazarillo de Tormes y de sus fortunas y adversidades.

Questa edizione propone una trascrizione della prima traduzione italiana del Lazarillo elaborata da Barezzo Barezzi e da lui stesso stampata a Venezia una prima volta nel 1622[1], in una seconda edizione nel 1626, ed in una terza, con notevoli varianti rispetto alle altre due, nel 1635[2].

La figura di Barezzi è rappresentata dalla sua attività di tipografo-editore, autore e traduttore nel periodo appena successivo all'apogeo di Venezia come centro culturale europeo, ed è stato studiato, nella sua veste di cultore di cose ispaniche, da un certo numero di specialisti, fra cui conviene ricordare Elisa Aragone, Edmond Cros, Bruno Basile, e José Luis Colomer[3].

Dall'esame dei vari repertori bibliografici italiani che si sono occupati di lui[4] e, principalmente, dalle indagini condotte da Elisa Aragone è possibile tracciare di Barezzi un sommario profilo bio-bibliografico: nato verosimilmente nel 1560 a Cremona da famiglia proveniente dal contado, si trasferì non ancora ventenne a Venezia, per esercitarvi la «nobile arte»[5] di stampatore. Questo primo dato biografico tuttavia non ha tanto il valore di una caratterizzazione, quanto di una prassi comune al tempo[6]. A Venezia, città il cui sviluppo editoriale era stato estremamente rapido[7], si recavano molti di quanti avevano deciso di dedicarsi all'arte della stampa, sia per l'importanza commerciale esercitata da questa città, sia per il suo sistema di distribuzione, il migliore nel mondo. Il giovane Barezzi iniziò nella città lagunare un lungo apprendistato in una delle più celebri stamperie locali, quella di Francesco Ziletti: i dieci anni trascorsi al suo servizio, quattro come giovane di bottega e sei come garzone, gli consentirono di iniziare a stampare col proprio nome nel 1588, com'è rilevabile dalla Giunta di tre libri di Tomaso Costo ... al compendio dell'Istoria del Regno di Napoli, pubblicata in quell'anno e recante il suo nome[8].

Negli Atti dei Libreri Stampatori e Ligadori il nome di Barezzi compare per la prima volta il 1° agosto 1591 quando egli, dopo un esame superato agevolmente e il pagamento della tassa regolamentare, ottenne di essere immatricolato tra i librai. Da allora in poi il suo nome compare frequentemente in tali Atti, a testimonianza anche di una certa partecipazione alla vita pubblica cittadina[9].

Nel periodo iniziale della sua attività (coincidente con la fase di transizione dal regno di Filippo II a quello di Filippo III, che assunse il potere nel 1598) Barezzi si associò talvolta con altri: nel 1588 e '94 con Andrea Muschio[10], nel 1592 con Bernardo Basa, nel 1599 con "soci" non specificati, nel 1601 con Mattia Collosini, nel 1602 con certi «compagni».

Dall'assenza di sue precise indicazioni a viaggi fuori Italia e dal fatto che i cronisti della sua vita non fanno alcun cenno in proposito, si deduce con ragionevolezza che egli non si sia mai recato in Spagna.

Delle tre attività svolte da Barezzi (tipografo-editore, traduttore e scrittore) quelle che rivestono maggior interesse sono i suoi impegni editoriali e di traduzione legati al mondo ispanico, ed in particolar modo alla letteratura picaresca, alla quale si avvicinò in prima istanza con la traduzione della I parte del Guzmán de Alfarache, pubblicata a Venezia nel 1606 con il seguente frontespizio: Vita del picaro Gusmano d'Alfarace, descritta da Matteo Alemano di Siviglia, E tradotta dalla Lingua Spagnuola nell’Italiana da Barezzo Barezzi Cremonese. Nella quale Gusmano narrando le di lui attioni, fa vedere a ciascuno, come in un lucidissimo Specchio, che le Virtù conducono al supremo de gli Honori; & che i Vitij traboccano nel precipitio delle miserie, & sino alla mendicità. Ove in molta copia et dottamente descritti, & concatenati si leggono Ragionamenti nobili. Auertimenti Economici, & Politici. Discorsi gratiosi. Documenti Morali. Auenimenti marauigliosi. Sentenze gravi. Proverbi notabili, & Detti Singolari. Aggiuntevi due copiosissime Tavole. l'una de' Capitoli, & l'altra delle cose più memorabili. Con licenza de' Superiori, et privilegi. In Venetia, Presso Barezzo Barezzi M.DC.VI. Alla Libraria della Madonna.

Le edizioni successive comprendono la traduzione dell'intera opera: ciò si verifica a partire dall'edizione del 1615[11], che infatti esce in due volumi, ognuno dei quali dedicato a un diverso personaggio illustre[12].

Il Gusmano fu ben accolto dal pubblico, come è desumibile dalla circostanza che, in poco più di venti anni, se ne fecero cinque edizioni. Oltre alle edizioni già nominate, si pubblicarono la ristampa del 1621 –l'unica che usci a Milano presso il Bidelli–, e quelle del 1622[13] e del 1629.

Al Gusmano Barezzi fece poi seguire la traduzione del Lazarillo, mentre una ultima esperieza traduttoria entro il filone della picaresca, è rappresentato dalla Picara Justina, che viene pubblicata, per la prima volta, in due volumi, nel 1624 e '25. Il primo volume reca il seguente frontespizio: «Vita della Picara Giustina Diez; Regola degli animi licentiosi: In cui con gratiosa maniera si mostrano gl’inganni, che hoggidì frequentemente s’usano; s’additano le vie di superarli; e si leggono Sentenze gravi, Documenti morali, Precetti Politici, Avvenimenti curiosi, e Favole facete, e piacevoli. Composta in lingua Spagnuola dal Licentiato Francesco di Ubeda naturale della Città di Toledo: Et hora trasportata nella favella Italiana da Barezzo Barezzi Cremonese. Dedicata al Molto Illustre, e generosissimo Sig., In Venetia, Appresso Barezzo Barezzi, M.DC.XXIV».

A presentazione del secondo volume si trova invece quest’altro frontespizio: Della vita della Picara Giustina Diez Volume Secondo: Intitotato La Dama vagante Saggia ne' detti, Gratiosa nel conversare, Gentile nello Schernire, Vivace nel Motteggiare, Pronta nell'inventare, Accorta nell'ingannare, Svegliata nel adormentare, Segretaria nello scrivere, Presta nel prendere, e non mai rendere; Et ingegnosa nel raccontar a tempo, e sotto finti sembianti, Dicerie, e Avvenimenti notabili, con Sentenze, e Detti singolari. Lettione veramente grave, curiosa, picante, lieta, e utile. Dedicata al molto Illustre sig. Cavalier Rovello, In Venetia, Presso il Barezzi, M.DC.XXV».

Quanto alla tradizione del Picariglio Castigliano possediamo, oltre alla 1a edizione pubblicata nel 1622, altre due edizioni uscite rispettivamente nel 1626 e nel 1635[14]. Come si potrà facilmente comprendere dalla descrizione delle tre edizioni che qui di seguito viene proposta, l'edizione del 1626 non presenta sostanziali differenze rispetto all'edizione del 1622.

L'edizione del 1635, invece, modifica notevolmente la situazione testuale delle altre due edizioni; in primo luogo perché aggiunge la traduzione di tutta la seconda parte del Lazarillo pubblicato ad Anversa nel 1555, e in secondo luogo perché all'interno della prima parte introduce varianti di diversa entità rispetto alle precedenti.

Fra i piccoli cambiamenti introdotti dall'edizione del 1626 riporto, a titolo di campione, i seguenti:

a) La variazione del frontespizio:


IL

PICARIGLIO CASTIGLIANO,
cioè
LA VITA DI
LAZARIGLIO DI TORMES.

Nell’Academia Picaresca lo Ingegnoso Sfortunato,
Composta, e hora accresciuta dallo stesso LAZARIGLIO,
e trasportata dalla Spagnuola nell’Italiana favella
da BAREZZO BAREZZI.
Nella quale con vivaci Discorsi, e gratiosi Trattenimenti
si celebrano le Virtù, e si manifestano le di lui,
e le altrui miserie, e infelicitadi:

e leggiadramente si spiegano
  Ammaestramenti saggi, Sentenze gravi,  
  Avenimenti mirabili, Fatti egregi,  
  Capricci curiosi, Detti piacevoli, e  
  Facetie singolari, Proverbi sententiosi  
 
Ornata di due copiosissime Tavole.
dedicata
Al Molto Mag. Signor PIETRO ZERBINA.
[marchio tipografico][15]
IN VENETIA. Presso il Barezzi MDCXXVI
Con Licenza de’ Superiori, e Privilegi.
 

b) Nel prologo, alcune brevissime variazioni o aggiunte («et forse sia» anziché «et»; inserimento di «mi ricordo d'haver letto a questo proposito; che non v'è Libro..», anziché «Che non v'è Libro..»); e la fine di esso, in cui omette una parte: «…così vi riuscirà anco il presente Picariglio. […] Pregovi donque ad accoglierlo con lieta faccia, com'è il solito vostro. Amatevi, et vivete felici, e lieti».

c) Nel titolo del capitolo primo, la soppressione dell'inciso «e con questa occasione si mostra»;

d) Piccoli cambiamenti quali, ad esempio, nel capitolo terzo «e non mi rimediava a quello, di [aggiunta] che io haveva necessità»;

e) Piccoli cambiamenti come l'eliminazione del carattere corsivo (e anche centrato) per alcuni proverbi;

f) La correzione di piccoli errori di stampa lungo tutto il testo.

Per quanto riguarda invece l'edizione del 1635, occorre in primo luogo osservare la variazione del frontespizio:

a)


IL

PICARIGLIO CASTIGLIANO,
cioè
La vita del Cattivello LAZARIGLIO di Tormes.

Nell’Academia Picaresca lo Ingegnoso Sfortunato.
PRIMA PARTE,
Composta dallo stesso LAZARIGLIO, e
trasportata dalla Spagnuola nell’Italiana favella
da BAREZZO BAREZZI.
Que con Gratiosi Trattenimenti si celebrano le Virtù, e
si manifestano le di lui, e le altrui infelicitadi:

e leggiadramente si spiegano

  Avvisi saggi, Avenimenti rari, Sentenze gravi, e Fatti egregi,  
  Capricci curiosi, Facetie singolari, Detti e Proverbi gravi.  
 
AGGIUNTOVI LA SECONDA PARTE,
non meno Pellegrina, e Bella, che si sia la Prima
Adornata di Due copiosissime Tavole.
Al Molto Illustre Sig. PIETRO ZERBINA.

[marchio tipografico]
IN VENETIA. Presso il Barezzi. MDCXXXV.
Con Licenza de’ Superiori, e Privilegi.
 


b) Vi sono alcuni cambiamenti anche nel prologo, ovvero: «Barezzo Barezzi a' Virtuosi e Nobili Ingegni», anziché «Barezzo Barezzi a chi legge». Inoltre, la fine dello stesso, si presenta diversa sia dall'edizione del 1622 sia da quella del 1626: «…che la terza parte della Vita del picaro la quale è sotto le stampe, et ben presto comparirà nelle vostre mani, et non molto tardarà anche ad uscire altre mia fatiche, intorno le quali ho faticato molti anni, e saranno di molto profitto. Le quali opere pregovi ad accolgierle con lieta faccia, com'è il solito vostro. Amatevi, et vivete felici, e lieti nel Signore».

c) Nella prima parte vengono inserite ulteriori aggiunte (rispetto alle edizioni del 1622 e del 1626), prevalentemente di carattere moraleggiante, alla fine del cap. XX, i capitoli dal XXX al XXXVII, contenenti aggiunte sull'avarizia, e il capitolo XL dedicato alle bugie. Riporto di seguito i titoli dei capitoli che contengono tali aggiunte, è da notare che esse sono sempre introdotte da un collegamento alla fine del capitolo precedente.


Cap.20. Un Prencipale Gentil'huomo di Spagna, unico figlio, s'innamora di Gratiosa la bella Cinganetta, e per divenirgli sposo, a lei promette di farsi Cingano. Et in ciò si fanno molti gratiosi discorsi d'Amore, di Honestà, della forza dell'Oro, e de' Poeti.
Cap.30. De gli affetti, effetti e diffetti de gli Avari, e che tutti questi pessimi frutti, e malvagi vitij fuggir si devono.
Cap.31. L’Avaro non ha mai quiete s’egli prende moglie, per cagione del cumulare danari; e come per essi si fa tiranno sopra li contadini.
Cap.32. De’ danni che recano li danari a’ gli Avari ; e molti esempi si narrano de’ Sprezzatori di essi, e accopiare si veggono molte sentenze, e detti saggi, e prudenti.
Cap.33. Si continua il dire i mali effetti dell’Avarizia ; e quanto sia abbominevole all’huomo questo vitio diabolico, e fuggirlo si dee con ogni solicita diligenza.
Cap.34. Con bella maniera, e dotta, si scuopre, che le ricchezze non bene immpiegate, ci apportano molte infelicitadi, e oggidì queste Arpie, con ogni loro potere procurano d’introdursi in ogni luogo.
Cap.35. Lazariglio seguita a narrare le offese, che l’Avaritia fa ad ogni stato di persone, e non lascia luogo, dove introdurre si possa, contaminando gli huomini giusti.
Cap.36. De’ pessimi effetti de gli Avari, e le loro malvagie iscusationi.
Cap.37. Si spiegano le infamie de gli Avari; e che l’operare virtuosamente è cosa laudabile sempre.
Cap.40. Trattasi delle Bugie, del Mentire, delle Menzogne, e cagione di ciò è lo allontanarsi dalle Virtù, e abbracciare i vitij: e chi fugge l’Oro s’introduce all’acquisto della vera Gloria.

Tuttavia, la principale modificazione proposta dall'edizione del 1635 è l'aggiunta della seconda parte anonima del Lazarillo de Tormes, di cui riporto il frontespizio e la Tavola dei capitoli. Va però ricordato che alcuni studiosi, sbagliando, attribuiscono questa seconda parte a Juan de Luna[16], mentre invece si tratta dell'edizione di Anversa 1555, come già aveva riconosciuto Elisa Aragone[17].

a) Frontespizio:


IL

PICARIGLIO

CASTIGLIANO,
SECONDA PARTE,
Che continua la Narratione della VITA del Cattivello
LAZARIGLIO di Tormes.
Tradotta dal Spagnuolo nell’Italiano, e Hora accresciuta
di spiritosi, e Nobilissimi Pensieri da
BAREZZO BAREZZI.
Que con vivace, e leggiadra maniera s’apprende ad abbracciare
le Virtudi, et à prudentemente fuggire
i Vitij; sentiero vero d’innalzarsi al
colmo de gli honori.

Et narransi le non mai più udite Disavventure, e
Avventure succedutegli sotto l’Acque del
Mare in Guerra, e in Pace.

Adornata di Due copiosissime Tavole.

[marchio tipografico]
IN VENETIA. Presso il Barezzi. MDCXXXV.
Con Licenza de’ Superiori, e Privilegi.
 


b) Tavola dei capitoli:


TAVOLA
DE’ CAPITOLI
DELLA SECONDA PARTE
DELLA VITA DI LAZARIGLIO
DI TORMES.
 


Cap. 1. Lazariglio con Detti, e Fatti singolari tratta della vera Amicitia, e della Gloria desiderata, e che ogn’uno brama Honore, Lode, e Virtù; e narra un Discorso da lui udito recitare in un’Accademia dalli Virtuosi Signori Pietro Ponticelli, e Giovanmaria Zerbina.
Cap. 2. Come siamo per natura generati all’Honestà: e perciò le bestie non conoscono la beltà. anzi la vera gratia, e beltà consiste nell’animo virtuoso.
Cap. 3. Continua Lazariglio nel riferire il gratioso Discorso fatto dal Signor Ponticello, ove leggiadramente fa vedere qual esser dee un Huomo ben adornato di Virtù; e che il praticare co’ Virtuosi reca Honore, e Gloria in abbondanza.
Cap. 4. Segue Lazariglio nel dire le Lodi datte dal Sig. Ponticello alla Virtù, e che l’Huomo saggio e istimato, e riverito da qual si fra Natione del Mondo.
Cap. 5. Lazariglio và narrando le Eccellenze spiegate dal Signor Ponticello in lode della Virtù, col mezzo della quale s’acquista Gloria, e Honore.
Cap. 6. Il desiderio di Gloria, e della Lode, congiunte con la Fede, Amore, e Giustitia ci fan ottenere il vero Honore, che così discorre il Signor Ponticello.
Cap. 7. Dalla narrativa unita dal Sig. Ponticello; soggiunse il Sig. Giovanmaria Zerbina, e disse, che la Christiana Pietà è unita col desiderio di Gloria: Mosè, Davide, Salomone; N.S. Gesù Christo, S. Pietro, S.Paolo hanno fatto gran stima della Lode, e dell’Honore: e qual sia la Vera Virtù, il Sommo Bene, il Dono di Dio, e la Suprema Gloria.
Cap. 8. Dalla partenza, che fece Lazariglio dalla Città di Toledo per gire ad imbarcarsi, e di quello che avvenne.
Cap. 9. Sincerità d’Amore, e Beneficenza Nobile. Si narrano le sventure di Gentilina, e la vera nobiltà d’animo di Filippo Cavaliere di Siviglia nel beneficarla fino alla morte.
Cap. 10. Si discorre della vera Amicitia, e della Magnanimità, e come essercitare si debbono esse Virtù.
Cap. 11. Nobile Cortesia, e Nobilissima Magnanimità. L’illustre Sig. Enea di Pij usa verso un personaggio Spagnuolo molti atti, e fatti di gran Cortesia, dal quale ne riceve poi a prò del Serenissimo Sig. Duca di Ferrara suo Signore, un guiderdone compitissimo.
Cap. 12. Generosità di Gentildonna nel Predonare, e Beneficare. Ammirabile attione di un grande eccesso di cortesia di una Nobile Donna Cremonese nel donare altrui la vita, perdonare la morte del Figliuolo unico, e a cui poscia lo lasciò herede di ogni sua facultà.
Cap. 13. Don Diego di Mendozza discorre della igratitudine, vitio abbominabile, e che distrugge le virtudi: e à quello proposito narra un’Avvenimento di uno ingrato servo; caso veramente molto singolare.
Cap. 14. Alfonso Spagnuolo, ingrato verso il suo Padrone, à lui grandissimo benefattore, al quale ruba gran valfente della di lui mercantia, e poi lo querelò al Supremo Magistrato.
Cap. 15. Alfonso strepita d’avanti a Giudice, e del Rè, acciò sia fatta giustitia.
Cap. 16. Molti mercanti fanno sicurtà per M. Fabrizio; e Alfonso fa nuovi strepiti innanzi al Rè, e al Giudice con inganni.
Cap. 17. Messer Fabrizio con larghe offerte cerca di placare il furioso Alfonso, i quale con altri inganni procura la totale ruina di M.Fabrizio, il che fù la sua virtuosa morte.
Cap. 18. Ingratitudine Barbara. Avvenimento grave, nel quale resta ammaestrato ciascuno ad essere Grato; e, ogn’uno deve studiare di sempre beneficare il prossimo. Perino di Toledo da’ Corsari è fatto schiavo, e per essere giovane adorno di virtù, fù da essi dato in dono al Rè Turco, appresso il quale acquistò molto della sua gratia, e tanta, che fece avere presso di lui il primo luogo à Belino faccente ne’ gran maneggi; ove in ricompensa macchina un tradimento contra Perino.
Cap. 19. Il Rè Turco alla presenza di Belino ordina al Custode de’ Leoni, che la sera del medesmo giorno; verrà uno à dirti, s’hai eseguito quello, che il Rè mio Signore ti Hà imposto, e tu gettalo à Leoni. Mandò Perino, in andando dubitò, fuor di via ricorre à Dio, e ciò fatto si pose in cammino. Belino, che brama veder morto Perino colà giunse prima, e fù datto a’ Leoni, e salvo rimase Perino, ciò cagionò l’Ingratitudine.
Cap. 20. La perfida Ingratitudine di Belino hebbe il suo castigo; Venne il Rè in luce della verità, e indi a non molto tempo morì; e Giulia col fratello visse felicemente.
Cap. 21. Dell’Eminenza della Giustitia. Considerazioni notabili della Giustitia, e delle parti dà Lei dipendenti.
Cap. 22. Della Virtù della Prudenza, Quinta Essenza, molto necessaria alla Giustitia.
Cap. 23. Infedeltà di Servo, e prudenza di Cavalieri Saggi. Della perfida malvagità di un traditore Servo, e della Prudenza cortese di due Cavalieri nel salvare la vita, e l’honore ad una Dama.
Cap. 24. Il giovane Virtuoso; come, e quale deve essere. Trattasi della Vergogna, accompagnata da Honestà, e da Modestia, virtudi honorate per il vivere virtuosamente; e molto utile alla Gioventù.
Cap. 25. Magnanimità di Donzella zelante dell’honor suo, e molto più magnanimo verso di lei dimostrò un gran Principe. Stella bellissima giovane, figlia di Madre Nobile, caduta in basso stato, di lei s’innamora Neofilo; ma per esser il Padre di lui ricco, ma avarissimo non consente, che il figlio la prenda in moglie. Francesco Sforza Duca di Milano vagheggia Stella, non consente a niuna cosa; e egli tenta la Madre, che vinta da promesse, conchiude dargli la figlia.
Cap. 26. Conforme all’appuntamento il Sforza sen và alla casa, e stanza di Stella, e ritrovatala tutta honesta, commosse l’animo del Sforza à non farle sforzo; ma con gran magnanimità fa, che Neofilo la prenda per moglie, e lieti se ne vivono insieme.
Cap. 27. Amante Innabile alle Guerre d’Amore. Narrasi la Costanza d’una Donzella, e l’accortezza dell’Amante, e marito suo, inhabile alle Guerre d’Amore; per lo che ella visse, e morì vergine.
Cap. 28. Contese di Nobiltà, e Valore; per Amore di Gentilissima Donzella. Un Macedone loda la Città di Macedonia essere la più nobile, e un Atheniese celebra Athene essere più nobile: il Padre della Donzella col consenso di quelli, si rimettono in Alessandro il Magno, e ciò per fuggire tra loro il diciderla con l’Arme.
Cap. 29. La Giovane, come prudentissima, si rimette di stare à quanto sarà terminato dal Magno Alessandro, il quale disse, che lo stecato ciò decidere dovesse.
Cap. 30. Per accidenti varij non hebbe, e hebbe fine lo stecato. Il Grande Alessandro, l’uno, e l’altro ascolta le loro sottili pretensioni; e si rimette alla prima udienza.
Cap. 31. Alessandro il Magno consulta i Casi, co’ suoi Capitani; fa chiamar la Giovane per saper da lei il suo volere, e sapere; ella col suo valore, rimette in modo gratioso il giudicio ad Alessandro; e egli li amanti manda nella battaglia, ove combatendo si muoiono; e ella se ne visse in perpetua virginità.
Cap. 32. Lo stupore delle Stravaganze Capricciose. Lazariglio di Tormes, col suo Signor Cavaliere, e loro Soldato s’imbarcarono, e del naufragio che seguì in Mare, e di quello succedete à Lazariglio, sotto le acque del Mare.
Cap. 33. Lazariglio di Tormes affondatosi con molti altri nel Mare, e valorosamente con la spada in mano difendendosi da un Esercito di Tonni, e’ ne uccide, e fa gran strage di essi: poscia divenuto anch’egli pesce Tonno narra quello che gli avvenne.
Cap. 34. Lazariglio si ritrova in grande angoscie, e travagli nel centro del Mare, e ciò che di lui seguisse.
Cap. 35. Lazariglio di Tormes, divenuto un Tonno; uscì dalla spelonca, e lo presero le sentinelle de li Tonni, e lo condussero davanti al loro Generale, e di quello, che con esso successe.
Cap. 36. Come dopo d’essere il coraggioso Tonno Lazariglio, con tutti gli altri Tonni entrato nella spelonca, e non trovando di Lazariglio, se non i suoi vestiti, v’entrarono tanti Tonni, che furon quasi per affogarsi; e del rimedio, che il Tonno Lazariglio vi diede.
Cap. 37. Racconta Lazariglio della mala remunerazione, che gli diede il Generale de’ Tonni per riconpensa de’ suoi valorosi servigi; e della contratta amicizia col Capitano Licio.
Cap. 38. Come trà il Capitan Licio, e il Tonno Lazariglio seguì una fraternale amicizia, e de’ buoni trattamenti, che vicendevolmente seguirono insieme.
Cap. 39. Racconta Lazariglio quello, che al Capitan Licio occorse alla Corte co’l Generale, e della sua prigionia, e di quello che fù operato in quella occasione a suo servizio.
Cap. 40. Lazariglio Tonno, e i suoi Tonni ben’ordinati andarono alla Corte con risoluzione di liberare il loro Capitano Licio, sentenziato a Morte.
Cap. 41. Come il Tonno Lazariglio liberò dalla morte il Capitano Licio suo amico, e di quello, che egli fece di più per lui.
Cap. 42. Havendo il Tonno Lazariglio raccolti tutti insieme i suoi Tonni, entrarono in casa di Don Pavero il traditore, e ivi l’ammazzarono.
Cap. 43. Come sedato, e passato il romore del Capitano Licio, Lazariglio, e i suoi tonni si ragunarono a Consiglio, per risolver’intorno à quello, che s’aveva da fare; e al Rè delli Tonni mandarono un’Ambasciata.
Cap. 44. Come la signora Capitana tornò dal Rè, e della buona risposta, che ella hebbe.
Cap. 45. Come il Tonno Lazariglio stette al servitio del Rè , de’ Tonni, e fù suo familiare, e favorito.
Cap. 46. Come il Rè, e Licio, risolsero d’accasar Lazariglio con la bellissima Luna, e si fecero le nozze nobilissime.
Cap. 47. Andando Lazariglio a caccia, e smarritosi dalli suoi, trovò la Vertà; e licenziatosi da essa, e andando con le Tonne à gittar fuora le huova fù preso nelle reti, e tornò ad essere huomo.
Cap. 48. Si racconta la conversione di Lazariglio di Tonno in huomo, fatta in Siviglia sopra un gran Palco. Si parte per Toledo, ove patisse molti travagli, e disavventure.
Cap. 49. Relatione promessa da Lazariglio, ove narra, che chi ama la Verità, de’ fuggire i Vitij; e chi si daà in potestà delle Crapule, delle Lascivie, e delle Vanità, e non ascolta i buoni consigli della Ragione, presto se ne và all’inferno.
Cap. 50. Chiunque abbandona la Ragione, e la Verità,e si lascia dominare da’ Sensi, precipitoso cade nell’abisso delle calamitadi.
Cap. 51. La Natura Humana è totalmente addolorata per la cecità de’ mortali; la Ragione la consiglia à valersi del Tempo; ma ciò non fa acciecata dall’amor de’ suoi figlioli; e per non rimediarvi vanno di male in peggio.
Cap. 52. La Giustitia manda la Morte à gastigare li pensieri mortali, figliuoli dell’Humana Natura, e di essi ode, e vede le loro infelici morti, e esser dannati all’inferno; e narrano le lagrimose pene loro, e de’ loro fratelli: Et che il più sano rimedio è fuggir i Vitij, e abbracciare le Virtudi.
Cap. 53. Come Lazariglio di Tormes se n’andò a Salamanca; narra, chi sia Licenziato Asino; e della gratiosa amicitia, e disputa, e Vittoria che egli hebbe col Signor Rettore del Studio.
Cap. 54. Lazariglio si fa conoscere Historiografo, e Filosofo Eccellentissimo, narrando un fatto illustre del sig. Sinan Bafsà Generale del Turco contra i Persiani, simile alli Quesiti del Signor Rettore di Salamanca.
Cap. 55. Il nostro Lazariglio è honorato come Virtuoso; com’ei si portò con gli Studenti nel vincerli alle Carte; ci dà molti buoni ricordi; e dà fine à quella Seconda Parte, del Picariglio.

 
Il fine della Tavola de’ Capitoli.
 

Per quanto riguarda questa seconda parte, rispetto alla seconda parte anonima di Anversa 1555, ho potuto rilevare che anche in questo caso Barezzi apporta delle aggiunte al testo, di notevole entità, e in misura anche maggiore rispetto alla prima parte. Basti notare che la traduzione dell'originale spagnolo ha inizio dopo ben 31 capitoli aggiunti da Barezzo Barezzi: soltanto col 32°, infatti, ritroviamo l'aggancio con il primo capitolo della seconda parte che il traduttore aveva utilizzato come capitolo finale della prima. Numerose poi sono le interpolazioni di Barezzi, in particolare tra il cap. XLIX e il LII, come si può notare osservando la Tavola dei Capitoli riportata più sopra.

 


 

Continua

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Note


[1] Una copia di questa edizione, in una seconda impressione, si trova conservata presso la biblioteca del British Museum di Londra.

[2] Per quanto riguarda la diffusione della letteratura picaresca in Italia, (i possibili condizionamenti che Barezzo Barezzi poteva subire nella ricezione del messaggio picaresco); la descrizione della tipologia delle numerose (e, in alcuni casi, estese) interpolazioni introdotte da B.B nella sua traduzione; e l'aspetto filologico-testuale del Picariglio Castigliano a confronto con il Lazarillo de Tormes rimando alla mia tesi di dottorato (Università di Pisa, a.a.1998-99, IX ciclo)

[3] Crf. E. Aragone, "Barezzo Barezzi stampatore e ispanista del Seicento", Rivista di Letterature moderne e comparate, vol. XIV (1961), Firenze, Sansoni, pp. 284-312; E. Cros, Protée et le Gueux. Recherches sur le origenes et la nature du récit picaresque dans Guzmán de Alfarache, Paris, Didier, 1967, cap. III, 4: "Les contenus prèromanesque dilués dans les miscellanées (la traduction italienne du Lazarillo de Tormes, par Barezzo Barezzi)", p. 118-128; B.Basile, "Lazarillo de Tormes in Italia: la versione ingegnosa di Barezzo Barezzi", in Spicilegio moderno, 15.16 (1964), Bologna, pp.80-99; J.L.Colomer, La traduzione del romanzo picaresco in Italia. Il "Picariglio Castigliano" di Barezzo Barezzi, Tesi di Laurea della Facoltà di Lettere e Filosofia, Università di Bologna, relatore prof. Ezio Raimondi, a.a.1986/87. J.L.Colomer, "Traducción y recepción: la lectura europea de la picaresca en Il Picariglio Castigliano di Barezzo Barezzi (1622)", Revista de Literatura, LIII, n. 106 (1991), pp. 391-443.

[4] In ordine cronologico J. De S. Antonio, Bibliotheca Universa franciscana, Madrid, 1732, pp. 181, 520, 534; F. ARISI, Cremona literata, III, Cremona, 1741, p. 23; G.M. Mazzucchelli, Gli scrittori d'Italia, vol. II, parte I, Brescia, presso Giambattista Bossini, 1758, pp. 349-350; V. Lancetti, Biografia cremonese, II, Milano, 1820, p. 84-88; E. Toda y Güell, Bibliografia espanyola d'Italia, Castell de Sant Miquel d'Escornabou, vol. I-V, 1927-31: dal I vol. pp. 58-60, 390; dal II vol. pp. 290-291, 482; dal III vol. pp. 23-24; dal IV vol. pp. 191-192, 370-371; Cioni e Mutini, «Barezzo Barezzi», in Dizionario biografico degli italiani, Roma, Treccani, 1964, pp. 336-340.

[5] Cfr. V. Lancetti, Biografia Cremonese, II, Milano, 1820, p.84.

[6] A questo proposito Bongi (Annali di Gabriel Giolito de' Ferrari da Trino di Monferrato stampatore in Venezia, Roma, presso i principali librai, 1890, pp. V-VI) rileva come nota singolare della storia della tipografia la particolarità «di essere stata praticata spessissimo, nella diverse città, da persone venute da fuori, che talvolta vi si condussero insieme colle famiglie e vi si fermarono». In Venezia, e qui ritorniamo al discorso specifico, la serie dei trinesi, cioè emigrati da Trino, librai e stampatori, si apriva nel 1483 con Bernardino Giolito dei Ferrari, chiamato "Stagnino". In seguito anche Giovanni Giolito (detto "il vecchio" per distinguerlo dal nipote), mercante famosissimo a Trino, dove aveva pure aperto una prima stamperia, si trasferì a Venezia continuando il lavoro di traffico dei libri inizialmente nella stamperia del suo parente e compaesano Bernardo "Stagnino", e poi, dal 1538, aprendo una stamperia propria. Dopo la morte di costui, uno dei suoi figli maggiori, Gabriele, riaprì la stamperia paterna a Venezia, facendola diventare una delle principali officine della città, da cui uscivano libri e stampe pregiati per nitidezza ed eleganza.

[7] Si consideri che il primo libro veneziano a stampa apparve solo nel 1469, ma che già alla fine dell'epoca degli incunaboli la città lagunare era la prima in Europa.

[8] Che Barezzi abbia iniziato a stampare col proprio nome nel 1588 è opinione di E. Pastorello (Tipografi, editori, librai a Venezia nel secolo XVI, Firenze, Leo S. Olschki ed., 1924, p. 5, num. 24) ma non di H. Brown (The Venetian Printing Press, London, 1891, p. 398), secondo cui tale inizio sarebbe avvenuto nel 1592, cioè dopo l'immatricolazione. Concordo per la prima ipotesi per il dato altrimenti inspiegabile del nome che compare effettivamente nell'edizione di Costo.

[9] Per la documentazione delle varie tappe di questa attività civica e politica si veda E. Aragone, "Barezzo Barezzi ... ", op. cit., p. 286.

[10] Per quanto riguarda gli editori e librai con cui collaborò Barezzi, si veda E. Pastorello, Tipografi, editori, librai..., op. cit., p. 56.

[11] Di questa edizione è conservato un esemplare presso la Biblioteca Nazionale di Roma, rilegato in due volumi rispettivamente di 454 pagine, e di 672 pagine; un'altra copia, solamente della seconda parte pubblicata nel 1615, si trova presso la Biblioteca Vallicelliana di Roma.

[12] Nel vol. II, p. 295, Barezzi introduce una breve tirata ironica sull'uso e abuso del "don" da parte degli spagnoli in Italia, concetto espresso solo sinteticamente nell'originale.

[13] Una copia di quest'edizione, rilegata in un unico volume, si trova allogata presso la biblioteca Casanatense di Roma; mentre una copia, sempre del 1622, ma solo della prima parte, è conservata nella biblioteca Vallicelliana di Roma.

[14] Non prendo in considerazione l'edizione fantasma del 1632 in quanto non si ha la certezza dell'esistenza di tale edizione, citata solamente da Toda y Güell (Bibliogarfia Espanyola d'Italia…, op. cit., vol. II, p. 291) che indica la presenza di un esemplare presso la Biblioteca Nazionale di Roma. Di fatto l'esemplare non è presente presso tale biblioteca, nello schedario risulta solamente una copia dell'edizione del 1622 (non consultabile poiché si trova attualmente in una sala in ristrutturazione della biblioteca).

[15] Il marchio tipografico di quest'edizione è diverso da quello dell'edizione del 1622, mentre nell'edizione del 1635 riappare lo stesso marchio dell'edizione del 1622.

[16] Cfr. Toda y Güell, Bibliogarfia Espanyola d'Italia…, op. cit., p. 291; ed anche Bruno Basile, "Lazarillo de Tormes in Italia…", op. cit., p. 80 n.5, e p.86.

[17] E. Aragone, "Barezzo Barezzi…", op. cit., p. 295-296, n.11.





— per citare questo articolo:

Artifara, n. 3, (luglio - dicembre 2003), sezione Editiones, http://www.artifara.com/rivista3/testi/picariglio.asp


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