Pagina precedente Pagina iniziale Artifara n. 3 - Sezione Scholastica Sezioni di Artifara Articolo seguente

 

Un viaggio nell'occulto: Enrique de Villena e il Tratado de aojamiento

Barbara Spinoglio

 

Oggetto di questo articolo è il malocchio, affrontato nel Tratado de aojamiento da Enrique de Villena, autore prolifico del '400 spagnolo. Per sviluppare in modo lineare il discorso, pur tenendo presente la brevità dello spazio a disposizione, ho proceduto gradualmente, partendo da un accenno a magia, astrologia e malocchio, proseguendo con la vita e la produzione letteraria dell’autore, fino ad arrivare al trattato sul malocchio, parte centrale del testo.

L’argomento è sicuramente insolito, poco convenzionale e bizzarro, ma è anche intrigante e curioso, dato l’interesse che questi temi generalmente suscitano. La nostra società moderna, almeno apparentemente, cerca di occultare e reprimere le pratiche magiche, i metodi di divinazione e le varie previsioni astrologiche attraverso un atteggiamento esasperatamente razionale; tuttavia, dietro ad una realtà pratica ed utilitaristica, si cela una fitta rete di discipline esoteriche che circondano tutti noi. In questo momento è facile notare la presenza dell’ambito magico nella vita di tutti noi: se accendiamo la televisione in diverse ore della giornata, ci accorgiamo che almeno un canale trasmette un programma di cartomanzia e se ci rechiamo in edicola, negli espositori trovano posto moltissime riviste che trattano esclusivamente temi di questo genere. In fin dei conti non siamo molto diversi dagli uomini medievali, che cercavano nelle stelle una risposta alle loro domande; noi, come loro, abbiamo bisogno di sicurezza, di quelle certezze che la società e la vita stessa non ci forniscono. Andiamo a vedere su quale terreno si muovevano i nostri “antenati” e quali erano le loro credenze e superstizioni.

Con il secolo XV il Medioevo sta volgendo al termine e si iniziano ad intravedere gli albori di un’età nuova, ossia del Rinascimento. Che il Medioevo sia considerato un’epoca buia e oscura è cosa risaputa, com’è anche noto che questo è un momento della storia in cui si avverte un continuo proliferare di teorie e pratiche magiche. Intraprendere un viaggio verso un mondo ricco di misteri, superstizioni e magia è senza dubbio un’opportunità affascinante che conduce, se vogliamo, alle radici della nostra storia, è una ricerca di orizzonti lontani nel tempo, una scoperta della realtà vista con occhi nuovi.

Sul finire del secolo XIV e all’inizio del XV le più importanti manifestazioni magiche sono magia e astrologia; secondo il Diccionario de la Real Academia Española de la Lengua per magia si intende la “ciencia o arte que enseña a hacer cosas extraordinarias y admirables”[1]. Vi è poi una distinzione fra magia bianca (o positiva) e magia nera (o negativa) fino ad esaminare il termine spagnolo mágico che, oltre ad essere un aggettivo che si riferisce alla magia, si identifica con il sostantivo mago, e cioè “aquel que profesa y ejerce la magia”[2].

In qualsiasi pratica magica vi è sempre un certo tipo di cerimonia con carattere superstizioso come, per esempio, la somministrazione di strani miscugli accompagnata da parole rituali con cui gli operatori dell'occulto sono soliti invocare il demonio.

L'insieme di gesti e imprecazioni rituali che caratterizzano la pratica magica è ciò che si può chiamare hechizo, incantesimo in virtù del quale si può ottenere il risultato sperato. Malinowski ci dice che la magia ha regole ben precise le quali, se non sono rispettate non fanno raggiungere l'obiettivo iniziale: “la magia está rodeada de condiciones estrictas: recuerdo exacto del hechizo, celebración impecable del rito. Si una de esas condiciones se descuida, el fracaso sobreviene”[3]. Si capisce in tal modo che ogni atto magico può essere neutralizzato tramite amuleti o riti che “mettono al riparo” da attacchi malvagi. La magia è una scienza nella quale si raggruppa un nutrito numero di altre discipline, sarebbe quindi opportuno classificare le arti magiche, in modo da non generalizzare troppo: come è già stato anticipato, la magia si compone di magia bianca ( o benefica) e magia nera (o malefica); bisogna poi distinguere fra quel tipo di magia che agisce su persone o cose che sono presenti al momento della celebrazione del rito e quello che ha effetto a distanza, cioè su persone lontane dall'operatore.

Se vogliamo fare un accenno al lato qualitativo dei fini magici, possiamo trovare numerose classi di magia: tante quali sono gli obiettivi di partenza. In questo caso è molto importante la magia erotico-amorosa o sessuale utilizzata per qualsiasi problema concernente l'amore. Vi è poi una distinzione degna di nota fra magia cerimoniale, che comporta preparativi e riti, e magia naturale, basata sulla conoscenza della natura e sull'esperienza. Abbiamo ancora la magia sacerdotale e quella plebea, la prima è presieduta da maghi colti e qualificati mentre la seconda è realizzata da brujos e brujas[4], cioè maghi essenzialmente plebei.

Se tracciamo un breve excursus sulla storia vera e propria della magia nel Medioevo e nei primi anni del Rinascimento, vediamo che scongiuri, incantesimi e sortilegi accompagnano l’umanità da tempo immemorabile: ne troviamo traccia nei mondi egizio, assiro, fenicio e persino ebraico e greco.

In tempi più recenti, ossia dal XII secolo in avanti, il mondo occidentale viene letteralmente invaso da una produzione libresca su temi come la magia, l’astrologia e l’alchimia. Si tratta di una letteratura colta diretta principalmente a lettori dotti: “…Virgilio, Orazio, Ovidio, Seneca, Lucano, noti grazie anche ad una serie di rifacimenti e volgarizzamenti, restituivano proporzioni e credibilità a usi e riti che fino ad allora si era abituati a considerare superstitiones…”[5].

All’interno di questa corrente colta, oltre ai classici latini troviamo libri come l’Introductorium di Abù Ma’asar, il Tetrabiblos di Tolomeo, il famoso Liber Picatrix e il Liber Vaccae o Libro degli esperimenti di Platone. E anche Avicenna, nei suoi trattati medici, include considerazioni su segreti e prodigi.

Nel Liber Picatrix, che è stato definito il manuale magico più importante del Medioevo, affiora una concezione dell’uomo che durerà per secoli, è l’uomo concepito come universo, come microcosmo, come tramite essenziale fra i diversi piani del reale.

Ci troviamo di fronte ad un uomo che quasi compie miracoli, che riassume in sé scienza e sapienza, che possiede le tecniche e sa come utilizzarle per agire sulle forze del mondo.

Come è già stato detto, di pari passo con la magia vi è l’astrologia che non può essere scissa dalla prima poiché non esiste l’una senza l’altra. Garin dice che “discorrere di magia senza parlare di astrologia non si può, mentre, d’altra parte, l’astrologia stessa ci rimanda di nuovo alla magia; della cultura medievale e rinascimentale, o meglio, di questa zona della cultura, esse sono aspetti inscindibili: mago non è chi non è astrologo, proprio per l’unità dell’universo, ove opera solo chi conosce panoramicamente il tutto”[6].

Il legame così stretto di queste due arti esoteriche è evidenziato ancora da Cecilia Gatto Trocchi: “quando si dice magia si intende anche astrologia e alchimia ad essa indissolubilmente connesse: l’opera magica non dà alcun effetto se non è compiuta nell’ora conveniente e in un determinato punto della situazione celeste”[7].

In questo modo il mago, al momento di operare, deve prestare un’attenzione particolare non solo agli elementi usati o alle parole proferite, ma anche alla configurazione della sfera celeste in quel particolare momento, affinché possa conseguire il risultato desiderato. L’astrologia è senza dubbio il sistema simbolico più consono a rendere evidente la comunicazione fra il macrocosmo universale e il microcosmo individuale.

L’idea di un universo concepito come un’unica grande macchina retta da leggi oscure ma decifrabili è stata presente per millenni nel patrimonio collettivo dell’umanità, tanto che è arrivata al punto di essere considerata una disciplina universale la cui caratteristica essenziale è proprio il credere nell’infallibilità delle stelle.

Nel Medioevo, coerentemente con la posizione teologica dell’epoca, magia e astrologia sono considerate il dominio del demoniaco e devono muoversi di nascosto in quanto scienze non lecite che sono cacciate dal mondo per approdare al regno del male.

Non dobbiamo dimenticare che in questo momento storico si sarebbe operata una netta distinzione all’interno dell’astrologia fra due aspetti che, in epoca antica e medievale, erano connessi e confusi nel termine unico di astrologia: religioso o superstizioso il primo, critico-scientifico il secondo.

Nel Rinascimento, perciò, l’astrologia divinatrice viene sconfitta dall’astrologia matematica, o astronomia propriamente detta.

Mi sembra giusto spendere qualche parola sul malocchio, dato che l’autore da me studiato ha scritto un intero trattato sull’argomento.

Ritenuto in principio una malattia a tutti gli effetti, agli inizi del Rinascimento il malocchio comincia ad essere considerato dalla medicina come qualcosa che sta al di fuori del proprio campo. L’origine della credenza nel malocchio non è ancora stata individuata, ma si può forse ricondurre alla convinzione che in certe persone alberghino spiriti maligni: questi individui avrebbero il potere di gettare il malocchio su tutte le persone che guardano intensamente.

Molti autori sono convinti che la facoltà di lanciare il malocchio sia una qualità naturale che si manifesta attraverso lo sguardo o l’alito o i pori, ma c’è un autore, Pedro Ciruelo, che per primo parla di malocchio diabolico che verrebbe gettato tramite un’invocazione ed un successivo patto con il demonio; il malocchio naturale, invece, raggiunge la vittima se questa viene fissata intensamente con cattiveria ma anche attraverso il principio opposto, e cioè lodando il soggetto da colpire.

Gli individui che più facilmente assorbirebbero le negatività sarebbero, secondo tutti gli autori, i bambini ed i soggetti deboli. Per quanto riguarda la sintomatologia relativa al malocchio, vi sono diversi segnali, ma fra di essi sono sempre presenti il dimagrimento, il pallore e la debolezza. Bisogna ricordare che molti di questi sintomi sono comuni a quelli di malattie propriamente dette, ragion per cui è necessario ricorrere a metodi specifici per capire se si tratta di malocchio.

Una volta diagnosticato, il malocchio va curato tramite erbe, profumi, miscugli e riti particolari ma anche attraverso l’azione occulta di pietre preziose. E’ tanto importante guarire il malocchio quanto prevenirlo con una “profilassi” adeguata che impiega normalmente le stesse misure curative, come sostiene Chanca “omnia quae valent in preservando, valent etiam in curando”[8].

Autore del Tratado de aojamiento è Enrique de Villena, un personaggio eccezionale nell’accezione letterale del termine, poiché la sua stessa esistenza è fitta di avvenimenti fuori dal comune che trascendono a volte nello scandalo. La sua data di nascita sembrerebbe il 1384 e il luogo la Castiglia, ma non abbiamo informazioni più precise e dettagliate[9].

Il padre di Villena era don Pedro de Aragón, figlio di don Alfonso de Aragón, e la madre doña Juana di Castiglia; alla nascita di Enrique, il nonno si rivolse all’astrologo del suo palazzo per avere conferma di ciò che sognava per il nipote, e cioè una vita interamente dedicata alle armi, ma venne deluso da un responso che vedeva il grande successo del bimbo nel campo delle scienze e delle arti.

All’inizio del secolo XV Enrique si reca a Salamanca, già molto rinomata per la sua università, per studiarvi un anno, ed è proprio qui che il giovane entra in contatto con la sfera del demoniaco e delle scienze occulte; questo è anche il periodo che vede nascere la sua fama di mago. Nel 1418 Enrique si reca alla Corte di Castiglia dove crea la sua biblioteca privata e dedica il resto della sua vita a scrivere opere per raccogliere il vasto sapere che ha acquisito.

Nel 1434 si diffonde una terribile epidemia, e il 5 dicembre dello stesso anno, Enrique de Villena, ormai divorato dalla gotta e provato dal virus, muore in una stanza del monastero di San Francisco.

Già all’inizio del secolo XV la personalità di Enrique de Villena risalta per il suo interesse nei confronti di tutto ciò che è magia e occulto, infatti anche il suo nome acquisisce un sapore sinistro: ormai egli è colui che ha firmato un patto con il diavolo, è colui che conosce i più svariati metodi divinatori e che sa decifrare anche i minimi segnali provenienti dalle semplici azioni quotidiane.

La sua vastissima cultura gli conferisce un singolare rilievo fra i personaggi del suo tempo e gli garantisce la fama di uomo dotto anche se molte persone lo associano alla magia e al demonio e pensano che i suoi libri siano degni di essere bruciati; e, infatti, così è stato: alla sua morte la debole volontà del re Juan II si lascia influenzare e commissiona la distruzione della sua biblioteca al frate Lope de Barrientos che manda al rogo tutto ciò che essa contiene senza analizzare minimamente il materiale.

Conosciamo ciò che Enrique ha scritto grazie alle opere che sono giunte fino a noi, ma non possiamo essere sicuri del fatto che abbia composto altri testi, anche se lo si può supporre considerando la sua prolifica capacità di lavorare. Fra le sue opere ricordiamo Los doze trabajos de Hercules, il Tratado de la lepra e de como está en las vestiduras e paredes, la sua Arte cisoria o Tractado del arte del cortar del cuchillo, il Tratado de la consolación, una traduzione dell’Eneide di Virgilio e una della Divina Commedia, il Libro de la arte de trovar, il Libro della guerra e il Tratado de astrología (che sono testi apocrifi) e naturalmente il Tratado de aojamiento.

Del Tratado de aojamiento esistono quattro manoscritti e tre edizioni che spesso vengono confusi l’uno con l’altro. Le tre edizioni sono attribuite rispettivamente a Foulché Delbosc, a Julio Somoza de Monsorini e ad Anna Maria Gallina. Sappiamo con precisione che viene composto nella villa di Torralba, mentre rimane molto incerta la datazione che potrebbe risalire al 1411, 1425 o 1422[10].

Il trattato che noi conosciamo[11] si divide in dieci capitoli: nei primi tre Villena spiega quali sono le ragioni che l’hanno indotto a scriverlo, sottolineando che egli considera il malocchio come una malattia che pertanto va diagnosticata e curata. Infatti, nei capitoli quarto e quinto parla degli accorgimenti che in qualche modo possano prevenire l’insorgere dell’infermità, e nei due successivi si occupa della fase diagnostica, elencando tutta una sintomatologia dettagliata. Nell’ottavo e nel nono vengono trattate le cure, le quali sono decisamente curiose. Infine, il decimo capitolo è dedicato all’importanza della cultura e dello studio.

Sebbene l’opera venga composta nell’arco di pochi giorni, essa segue comunque uno schema molto chiaro in cui Villena descrive tre modi per guarire il malocchio: “el método preservativo para evitar el daño del mal de ojo; el método de prueba, para determinar si existe el daño, el método curativo, para sanar al paciente después del daño. A cada una de estas tres maneras corresponden tres clases de remedios o vías: remedios supersticiosos, virtuales y calitativos[12].

I rimedi superstiziosi consistono generalmente in amuleti e pratiche magiche in genere, mentre quelli virtuali si riferiscono solitamente al potere delle parole cabalistiche, di certe preghiere, di pietre preziose e di parti di animali.

Le pietre preziose e l’utilizzo di alcune parti di animali possono anche essere inserite fra i rimedi qualitativi ai quali appartengono cure che la scienza medica dell’epoca ritiene lecite. riconoscendone legittimità ed efficacia.

Julio Somoza de Monsorini, nella sua edizione del trattato, riepiloga i vari metodi elencati da Villena attraverso il seguente schema, che è qui riportato in italiano da Anna Maria Gallina:


Cura del malocchio
       RIMEDI SUPERSTIZIOSI
 
   RIMEDI VIRTUALI
 
   RIMEDI QUALITATIVI
 
MEZZI
PER
PREVENIRE
IL
MALOCCHIO
- “higas” (fiche)
- collane di conchiglie
- pezzi di specchio
- aghi spuntati
- collirio
- “nóminas” (preghiere racchiuse in piccole borse)
- monete forate
- nocciole piene di mercurio
- ecc…
- parole magiche
- preghiere
- foglie d’alloro
- radice di mandragora
- denti di pesce
- smeraldi
- mirra
- profumi
- acque odorose
- unguenti
- ecc…
MEZZI
PER
DIAGNOSTICARE
IL
MALOCCHIO
- gocce d’olio sull’acqua
- misura del corpo
- piombo liquefatto
- cera disciolta
- ecc…
- parole cabalistiche
- “nóminas”
- alterazione delle pietre preziose
- ecc….
- studio dei sintomi
- esame delle lagrime
- ecc…
MEZZI
PER
CURARE
IL
MALOCCHIO
- sbadigli
- pratiche magiche
- ecc…
- parole cabalistiche
- pietre preziose
- unghie d’asino selvatico
- denti di lupo
- foglie di basilico
- ecc…
- avorio
- corallo
- acque odorose
- dieta
- lassativi
- ecc…

Tomás Crame, nella sua biografia su Enrique de Villena, dice che si tratta di un libro estremamente curioso, non solo per l’abbondanza di dati sulle pratiche magiche e mediche del mondo medievale, ma anche per il tono particolare che non consente al lettore di comprendere se Villena partecipi alle credenze popolari di cui parla, o se stia semplicemente ironizzando sull’ingenuità di coloro che ci credono.

Forse, ai nostri occhi potrebbe sembrare assurdo o perfino ridicolo che l’autore tratti con assoluta serietà un argomento come il malocchio, ma non dobbiamo dimenticare che nel Medioevo le pratiche magiche non rientrano solo nell’ambito delle credenze popolari, ma anche nel campo “scientifico”: molti medici ne fanno oggetto di trattati, e numerosi medicamenti, già descritti da Villena, possono essere ritrovati anche nelle loro opere.

Uno di questi medici, Diego Álvarez Chanca (medico personale di Isabella di Castiglia), agli inizi del ‘500 scrive il Tractatus de fascinatione dove è presente (come del resto in Villena) la descrizione di un mezzo usato dai Persiani per diagnosticare il malocchio, che si basa sull’osservazione di un panno bagnato di urina del paziente posto sulla sua stessa fronte.

Per quanto riguarda, invece, le pietre preziose, si sa che sono sempre state considerate dotate di poteri terapeutici ed immunizzanti, credenza che si prolunga ancora dopo il ‘400, senza dimenticare che oggi ci sono medici che sfruttano le virtù di alcune pietre e cristalli per certi tipi di terapie.

In ogni caso, Villena non si ferma alle conoscenze superstiziose o esoteriche, e mostra di conoscere in modo approfondito anche la medicina ufficiale del tempo, soprattutto quando si sofferma sull’uso di erbe, acque odorose, unguenti e suffumigazioni e sulla descrizione delle norme igieniche che vengono poi seguite almeno fino al ‘700.

Esistono alcune pratiche superstiziose che la medicina ritiene lecite, come, per esempio, l’uso di denti di pesci, becchi di uccelli e corna di quadrupedi da portare con sé o da tenere in casa; è senza dubbio un riflesso di quella che Pazzini, nel suo Storia, tradizioni e leggende della medicina popolare, chiama “magia delle punte”: in base a tale principio, un amuleto di forma aguzza viene considerato in grado di allontanare l’influsso maligno che genera la malattia. Un’altra pratica ammessa dai medici medievali consiste nel portare sul corpo o pronunciare (soprattutto da parte di guaritori esperti, spesso sacerdoti) delle orazioni che risulterebbero molto efficaci. Alonso y de los Ruyces de Fontecha ci riferisce il metodo curativo di un contadino, affermando di essere stato guarito due volte dalla febbre terzana[13] tramite l’aiuto di un domenicano che gli aveva posto sul capo un’orazione di questo tipo.[14] La preghiera del contadino è la seguente: «Pues solo, puniéndoles a los aojados la mano sobre el coraçon, y diziendo esta oración, los trata de curar: “Iesus Christus, Trinitas Unitas, Gabriel, Michael, Raphael, Agios o Theos, sanctus Deus, Agios Ischiros, sanctus fortis, Agios Athanatos, Elison Imas sanctus, et immortalis miserere nobis. Christus vincit, Christus regnat, Christus imperat, Christus ab hoc morbo te defendat. Amen Iesus”»[15].

Ancora Fontecha afferma che le figure e le parole non sono più utilizzate per curare il malocchio e, di fatto, nei trattati posteriori a quello di Villena non vi è traccia delle pratiche cabalistiche ebraiche o di alcune superstizioni arabe riferite invece nel Tratado de aojamiento, forse a causa della nascita dell’Inquisizione (seconda metà del sec.XV) che incute grandi timori fra la gente.

Ancora una volta, attraverso una sua opera, Villena dimostra di essere una persona dalla cultura vastissima e dai poliedrici interessi, infatti “dall’elenco degli autori e delle opere citate, risulta evidente come nel Tratado de aojamiento confluiscano i filoni della scienza e delle credenze medievali occidentali e orientali, sia arabe che ebraiche”[16]. L’opera che ne deriva è quasi un compendio delle conoscenze e delle credenze del tempo sul malocchio, tant’è vero che non vi è notizia, in Spagna, di un’opera anteriore a questa che parli dell’argomento in modo organico ed esauriente.

Come ci fa notare Anna Maria Gallina, Villena potrebbe forse essere considerato un precursore del tema, dato che molte personalità cercheranno di seguire le sue orme: dal ‘500 in poi, le opere che trattano largamente del malocchio saranno numerose. Molti degli autori posteriori ad Enrique sembrano aver approfittato del suo trattato senza mai citarlo nei loro lavori; fra tutti i vari libri che trattano il malocchio, il Tractatus de fascinatione, scritto da Diego Álvarez Chanca e pubblicato forse a Siviglia agli inizi del ‘500 offre un gran numero di punti di contatto con quello di Villena.

È un testo diviso in due parti; nella prima tratta il problema dell’esistenza del malocchio, i mezzi per gettarlo, le persone che possono “lanciarlo” e quelle che maggiormente ne sono influenzabili. Questa sezione è la più indipendente dal testo di Villena, anche se “vi si possono trovare varie coincidenze, come la citazione della fanciulla mandata dalla regina dell’India ad Alessandro Magno, la quale avvelenava con il solo sguardo; del lupo che rende rauco l’uomo che lo vede; del cavallo che doveva essere bendato, altrimenti produceva una emorragia nelle persone che guardava; delle donne sciite che uccidevano col solo sguardo”[17].

La seconda parte dell’opera è una prova decisiva di quanto Villena abbia ispirato Álvarez Chanca; infatti, i tre capitoli in cui si divide portano titoli analoghi a quelli già proposti da Enrique: cure preservative, segni indicativi della malattia e cura della malattia, ed anche i rimedi e i medicamenti elencati corrispondono a quelli descritti da Villena; risulta quindi evidente che l’opera di Álvarez Chanca sia una derivazione diretta del Tratado de aojamiento.

Per quanto riguarda la lingua e lo stile, dobbiamo innanzitutto tener presente che le opere di Villena possono essere ripartite in due gruppi: i testi di argomento letterario filosofico e quelli a carattere scientifico.

Il Tratado de aojamiento, che appartiene alle opere di argomento scientifico, sebbene non nasconda il gusto per uno stile classicheggiante, non giunge ad esagerazioni insopportabili. Tuttavia, latinismi, cultismi e iperbati sono presenti, soprattutto nei primi tre capitoli. A partire dal quarto capitolo, quando l’autore inizia ad esporre i rimedi e le cure, gli iperbati spariscono quasi del tutto. Nei capitoli quarto e nono (la sezione più scientifica dell’opera) lo stile è semplice, le frasi brevi e le parole sono disposte secondo l’ordine logico della lingua spagnola. Ciò che richiama l’attenzione è la “scarsità di termini medici, così frequenti nelle opere dello stesso argomento, scritte nei secoli seguenti; ma il Villena non era medico ed evidentemente non aveva familiarità col linguaggio usato nelle scuole di medicina delle Università”[18].

A livello puramente linguistico possiamo dire che lo stile ed il linguaggio adottati dallo scrittore rispecchiano abbastanza fedelmente le tendenze generali del momento. Solo per fornire alcuni esempi, l’iperbato[19] è molto accentuato in Villena, e la sua frase adotta un tipo di costruzione latina, cioè con il verbo collocato alla fine della proposizione. Non solo, ma l’aggettivazione diventa molto più abbondante e la prosa acquisisce maggiore ampiezza, sviluppando le idee in maniera morbida e profusa. Questa caratteristica, così come le innovazioni linguistiche, a livello di vocabolario, provengono dalla lingua italiana nelle sue varie sfumature.

Quando mi è stato proposto di eseguire una traduzione del trattato (traduzione che non allego per ovvi motivi di spazio), non nascondo che ho nutrito qualche perplessità, tradurre un testo medievale è sicuramente molto difficile, dato che la lingua non ha ancora forme fisse e stabili e le parole spesso hanno dei significati e delle valenze ambigue.

Oltre ad aver trattato un personaggio decisamente singolare, sia per la sua ecletticità, sia per la curiosità che suscitano le sue doti, è stato molto interessante tradurre un testo che è rappresentativo non solo di una sezione del mondo magico, ma anche di tutta una cultura. Credo che la mia traduzione, pur senza grandi ambizioni, sia utile per estrapolare il significato interno del testo, dato che rende più comprensibile la materia affrontata da Villena attraverso l’esemplificazione concreta dei rimedi che all’epoca la gente metteva in atto per scongiurare il malocchio e forse rende accessibile a tutti i curiosi dell’argomento un testo senza dubbio interessante e pittoresco.






Notas


[1] Garrosa Resina, A., Magia y superstición en la literatura castellana medieval, Università di Valladolid, 1987, pag.13.

[2] Ibidem.

[3] Malinowski, B., Magia, ciencia y religión, trad. spagnola di A. Pérez Ramos, Barcellona, Ariel, 1974 pag. 101.

[4] Con brujo o bruja si intende solitamente designare una persona che secondo la superstizione popolare è dotata di poteri soprannaturali.

[5] Cardini, F., Magia, stregoneria, superstizioni nell’Occidente Medievale, La Nuova Italia, Firenze 1979, pag.131.

[6] Garin, E., Medioevo e Rinascimento, Ed. Laterza, Bari 1954, pag.190.

[7] Gatto Trocchi, C., La magia, Tascabili Economici Newton, Roma 1994, pag.12.

[8] Gallina, A. M., Introduzione al TRATADO DE AOJAMIENTO di Enrique de Villena, Adriatica Editrice, Bari 1978, pag.30.

[9] Tutti i libri da me consultati circa la biografia dell’autore concordano sull’incertezza relativa alla data ed al luogo di nascita, ma in ultima analisi convergono nella scelta dell’anno 1384 e l’idea della Castiglia come patria d’origine.

[10] Per approfondimenti circa la datazione del testo si consultino:
Gallina, A.M., Introduzione al TRATADO DE AOJAMIENTO di Enrique de Villena, op. cit.;
Crame, T., Don Enrique de Villena, Atlas, Madrid 1944.

[11] Tutti i manoscritti tranne uno, qualificano l’opera come un trattato, ma non sembrerebbe molto corretto attribuire a questo testo la qualificazione di trattato, sia per l’estensione abbastanza ridotta che non consente di sviluppare l’argomento in modo approfondito, sia perché già sappiamo che l’intenzione di Villena è quella di scrivere un trattato vero e proprio sul malocchio. Inoltre, all’inizio del Tratado de consolación, l’autore afferma di aver già iniziato a comporre il suo trattato sul malocchio, il quale sarebbe stato diviso in tre sezioni di trenta capitoli ciascuna. I manoscritti e le edizioni che possediamo sono quindi solo un abbozzo di ciò che avrebbe dovuto essere l’opera, ma non sappiamo se essa sia mai stata terminata.

[12] Carr, D.C., op. cit., pagg. XLV/XLVI (pròlogo).

[13] Febbre malarica che si verifica a giorni alterni.

[14] Orazioni portate sul capo o pronunciate da guaritori esperti, spesso sacerdoti, erano cure che anche la medicina ammetteva.

[15] Cfr., Gallina, A.M., op. cit., pag. 70.

[16] Gallina, A.M., op. cit., pag. 83.

[17] Gallina, A.M., op. cit., pag. 85.

[18] Gallina, A.M., op. cit., pag.91.

[19] Figura sintattica che consiste nel dividere alcuni elementi della frase; solitamente vengono allontanati sostantivo e aggettivo.






— per citare questo articolo:

Artifara, n. 3, (luglio - dicembre 2003), sezione Scholastica, http://www.artifara.com/rivista3/testi/aojamiento.asp


© Artifara

ISSN: 1594-378X



Inizio pagina