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Sonia e gli indios australi

(In margine a: Sonia Piloto di Castri,
La memoria negata. Gli indios australi (1535-1885),
Edizioni Angolo Manzoni, Torino 2003)

Angelo Morino


Erano i primi anni settanta e Sonia frequentava la facoltà di Lettere dell’università di Torino. La si vedeva soprattutto al corso di semiologia e a quello di letteratura spagnola, che, all’epoca, era sostituibile con un seminario sulla narrativa ispanoamericana del momento. Come usava allora, d’inverno Sonia portava un giaccone di montone rovesciato, su gonna o – molto più spesso – pantaloni. I suoi capelli,

biondi e corti, lasciati in libertà, contribuivano a distinguerla, così come gli occhi, belli e chiari. Sonia non era una studentessa simile alla maggior parte delle altre, più giovani e, in qualche modo, meno disponibili. La sua figura di donna sui quaranta, disinvolta e comunicativa, aveva motivo di incuriosire, sebbene a tratti potesse anche ispirare qualche diffidenza. Sonia attaccava discorso con facilità e subito, irruente, voleva sapere che corsi seguivi, cosa studiavi e cosa non studiavi, quali erano i tuoi interessi. Se parlava di sé e della sua vita fuori dall’università, non lo faceva in modo sistematico. Comunque, attraverso le sue parole, si coglievano riferimenti a un marito e a due figli adolescenti, a una casa in cui lei e quei tre uomini vivevano in comune, ma con una certa indipendenza. Quanto al passato, un riferimento che faceva spesso ritorno nei suoi discorsi, evocava anni vissuti – col marito e i figli piccoli – in Argentina, a Buenos Aires.

 

In quei primi anni settanta, l’Argentina sembrava molto più lontana di adesso. C’era meno familiarità con gli aerei, i biglietti avevano prezzi alti, si viaggiava di meno. Certo, nelle storie familiari piemontesi, ricordando un passato ancora vicino, il nome di quel paese al di là dell’oceano compariva di frequente. Ma, così chiamata in causa, l’Argentina sembrava uno spazio dove la gente – zii, prozii, remoti cugini – fosse andata per mai più tornare indietro. All’inizio erano arrivate lettere e, a queste, si era risposto, anche se, col trascorrere del tempo, lo scambio di notizie si era dapprima allentato e poi interrotto. Ma Sonia no, non era questo il suo caso: lei, in Argentina, ci era andata e ne era tornata. Il suo non era stato il viaggio di un’emigrante, partita in cerca di lavoro e di fortuna, correndo il rischio di scomparire in nebulosi territori interni. No, tutto era accaduto con semplicità, fra una partenza dall’Italia e un ritorno all’Italia. Col suo soggiorno a Buenos Aires, Sonia – sia pure senza proporselo – contribuiva a indicare un mondo prossimo a venire, dove l’idea della lontananza si sarebbe ristretta e le linee di confine si sarebbero sfaldate. Ma non si trattava solo dell’Argentina e di un tempo ormai passato. Volendo migliorare il suo spagnolo, in una di quelle estati Sonia era partita per Città del Messico, dove avrebbe seguito un breve corso destinato a studenti stranieri. Anche questo viaggio era stato fatto all’insegna della facilità, contribuendo a ridurre le distanze, passando con agio dalle biblioteche torinesi a quella di Chapultepec, dando prova che l’America non era così separata dall’Europa.

 

All’università di Torino, ormai più libera rispetto al marito e ai figli, Sonia portava a termine studi lasciati incompiuti anni e anni addietro. C’era molto entusiasmo nel suo modo di preparare un esame, approfondire argomenti, confrontarsi con gli altri studenti. Sì, Sonia frequentava il corso di letteratura spagnola, anche se le sue letture preferite coincidevano con testi di quella lingua ma non di quell’area. Il suo non era un caso isolato, soprattutto in quegli anni. Sull’onda di un entusiasmo generale per la narrativa latinoamericana, Sonia leggeva i romanzi e i racconti di Gabriel García Márquez. I titoli pubblicati fino ad allora – quelli di cui si parlava e per cui ci si appassionava – erano La hojarasca, El coronel no tiene quien le escriba, La mala hora e Cien años de soledad. Ma forse perché la riconducevano al suo soggiorno in Argentina, a Sonia piacevano pure i primi tre romanzi di Manuel Puig: La traición de Rita Hayworth, Boquitas pintadas e The Buenos Aires Affair. Su La hojarasca e sulle sue articolazioni temporali aveva persino preso degli appunti e buttato giù qualche pagina. Perché, oltre a studiare e a leggere narrativa latinoamericana, già allora Sonia scriveva o, meglio, cominciava a scrivere. Erano i tempi in cui si voleva vedere tutto un paesaggio in una fava e, al di là della metafora zen, far coincidere tutti i tanti e tanti racconti del mondo in un solo modello. Così, anche lei preda di tale ansia diffusa tra semiologi e strutturalisti, Sonia si era lanciata nello scrivere la sua tesi di laurea. Argomento, ricercato e analizzato nella vastità di tutta la letteratura occidentale: il tema dell’isola. Comunque, sarebbe stato alla fine di quegli anni settanta che, moderati certi slanci, Sonia avrebbe scritto e pubblicato la sua prima indagine letteraria. Era una ventina di pagine sui romanzi di Adolfo Bioy Casares, narratore argentino, forse scelto non a caso, ma proprio per la sua nazionalità.

 

Dopo quel lavoro, ce ne sarebbero stati alcuni altri, tutti più o meno legati all’America di lingua spagnola, così come ci sarebbero state alcune traduzioni e alcune collaborazioni editoriali. E adesso, facendo seguito a qualche tempo trascorso lontano dal tradurre e dal collaborare, c’è un libro. Sonia vi ha racchiuso le vicende degli indios australi dal 1535 al 1885 e l’ha intitolato La memoria negata. Anche solo sfogliandone le pagine, la prima impressione è che Sonia abbia proseguito il suo viaggio: che da Buenos Aires si sia spinta all’interno, scendendo a sud, fino a raggiungere la Patagonia e la Terra del Fuoco. Tuttavia, gli anni non sono trascorsi invano e, fra il primo e il secondo viaggio in Argentina, qualcosa è intervenuto. Perché non si tratta solo di un ulteriore percorso attraverso la geografia di uno stesso paese, nel desiderio di visitarne una zona rimasta a lungo discosta, anche se negli ultimi tempi sempre più frequentata. Sonia non è un’emula di Bruce Chatwin, né ha voluto scrivere sulla scia di suggestioni che – da Chatwin in poi – si sono accumulate fin troppo. Nessuna attrazione di maniera per gli spazi svuoti e sconfinati, nessun cedimento alla moda dinanzi alle libertà di un paesaggio in cui l’uomo si ritroverebbe spinto di fronte a se stesso. Questo libro che adesso Sonia dà a leggere sembra ricongiungersi, più che a Chatwin e a In Patagonia, alle letture fatte negli anni settanta, da García Márquez e dai suoi Cien años de soledad in avanti. All’epoca, scoprire l’America latina e la sua letteratura significava pure prendere atto di una lunga vicenda maturata nell’abuso e nel silenzio. Significava, per chi era cresciuto dalla parte dei vincitori, aprire gli occhi sulla visione dei vinti, sulla desolata tristezza dei tropici, sul rovescio buio delle leggi e dei diritti più familiari. Detto altrimenti, l’America latina come differenza dall’Europa, come altro da sé, come altrove messo dalla parte del femminile: erano questi i termini e le figure allora in uso, tuttora efficaci nell’indicare una realtà sempre viva.

 

Il secondo viaggio di Sonia in Argentina – quello che l’ha portata fin nelle terre australi – è uno spostamento realizzato senza aver fatto ricorso ad aerei, ad autobus, a veicoli di qualsiasi tipo. E’ il caso di un itinerario seguito nello spazio chiuso fra quattro pareti, consultando libri e ricordandone più o meno consapevolmente altri, letti nel trascorrere del tempo. Certo, fra questi ultimi è anche il caso di quello di Chatwin sulla Patagonia. Ma, se Sonia ha scritto La memoria negata nell’osservanza di determinate letture, altrettanto non si può dire per quanto riguarda lo scrittore inglese. Anzi, si direbbe che La memoria negata abbia tratto origine per correggere una certa visione dei territori australi diffusa a partire dalle pagine di Chatwin. A Sonia non interessano i fuorilegge Butch Cassidy, Sundance Kid e Etta Place, né l’inventore del regno di Araucania e di Patagonia Orélie-Antoine de Tournens, né i centocinquantatre minatori gallesi sbarcati a Puerto Madryn poco dopo la metà dell’Ottocento. No, nessuna curiosità per gli avventurieri di varia stirpe trasferiti in un mondo alla fine del mondo o per i loro figli e nipoti radicati nelle stesse estremità. A Sonia interessano quegli individui che hanno preceduto quanti venivano dall’Europa e che, costretti a lasciare il posto ai nuovi venuti, hanno subito una vicenda di progressiva decimazione. Così, il vuoto aperto nel sud dell’Argentina – quello che attrae i viaggiatori armati di moleskine con tanto di copertina nera e di elastico – smette di essere uno specifico geografico e diviene prodotto di una ben precisa storia. Gli indios australi, allora, come ennesimo gruppo di etnie americane avviato verso la cancellazione o, se si vuole, come depositari di una memoria che è stata dapprima spinta verso l’oblio e poi, per l’appunto, negata.

 

Ma forse non si tratta solo di una reazione nei confronti di Chatwin e di tutti i titoli che si sono avvicendati dopo In Patagonia. Piace immaginare anche qualcos’altro che abbia assecondato la scrittura di questo libro di Sonia. In apertura, vi è evocata la figura di Ceferino Namuncurá, di anni diciotto, morto a Roma l'11 maggio 1905, in seguito a tubercolosi. E’ una buona ombra tutelare quella del nipote del grande capo indio Calfucurá, divenuto seminarista e accompagnato in Italia dai padri salesiani, prima a Torino e poi nella capitale. In lui Sonia ha trovato una specie di emblema in cui chiudere il destino degli antichi abitanti delle pampas argentine. La tribù originaria era ormai stata dispersa e, undicenne, Ceferino era stato accolto in seminario, con la speranza che, una volta cresciuto e presi i voti, sarebbe tornato fra i suoi per diffondere la fede cristiana. Viene da pensare che, vivendo e scrivendo a Torino, Sonia abbia ricercato traccia di questa figura, brevemente passata per qualche collegio e per qualche luogo di culto della città. Ma, non trovandone, Sonia si sarà messa a scrivere La memoria negata anche con l’intenzione di porre rimedio a un’assenza di segni troppo sconfortante. Un po’ per ovviare a leggerezze assecondate da Chatwin e dai suoi seguaci, un po’ per conferire qualche rilievo alla sagoma labile di Ceferino Namuncurá. E’ così che, memore di certe proficue lezioni impartite negli anni settanta, Sonia ha fatto ritorno in Argentina e ha iniziato a scandire – una pagina dopo l’altra – un itinerario che va dalle Isole delle Spezie fino a Tarsis e Ophir, alla Città dei Cesari e al mare d’erba delle pampas. Ed è così che il suo libro ha preso forma, seguendo una linea che, questa volta, ha voluto privilegiare il tempo rispetto allo spazio, la storia rispetto alla geografia, gli uomini rispetto ai paesaggi. Il tutto propiziato da una commozione che, sebbene Sonia l’abbia controllata, rimane come un’ombra leggera posata sulle pagine di questa storia degli indios australi.



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