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Il giornalismo vitalista di Alejandro Sawa

Luigi Motta

“Y como Alejandro Sawa, ciego, no inspira temor como antes, los que eran sus amigos le olvidan, y sus enemigos, ya que no pueden negarle, pretenden cobardemente borrar su nombre de la historia de la literatura española contemporánea.”

Prudencio Iglesias Hermida

  

 

Ormai dimenticato da molti anni, Alejandro Sawa ritornò in auge nella Spagna letteraria del primo quarto del secolo scorso grazie a Ramón del Valle-Inclán che dalle sue gesta

Alejandro Sawa

Alejandro Sawa

e virtù trasse spunto per il protagonista di Luces de Bohemia con cui lo scrittore galiziano inaugurava i famosi esperpentos. Se nel periodo nel quale l’opera di Valle fu data alle stampe non fu immediato collegare il bohemio Max Estrella col sivigliano dall’eloquenza forbita, la formidabile memoria e un disdegno per tutto quanto avesse a che fare col filisteismo borghese, oggi grazie soprattutto agli studi di Zamora Vicente [1968-9] e Phillips [1976] e alle riedizioni di alcuni testi non rimangono più dubbi nel collegare il personaggio principale della pièce valleinclaniana con lo scrittore che trascorse parte della propria esistenza a Parigi e si distinse negli anni a cavallo tra XIX e XX secolo per un ruolo da primo attore nelle tertulias madrilene.

Non sono sufficienti i numerosi attestati di stima che Don Ramón non lesinò durante il tratto di vita trascorso congiuntamente, né i ripetuti tentativi di sollecitare aiuti economici per l’amico ormai cieco e povero da molti anni e nemmeno i concreti interventi per pubblicare postumo l’ultimo scritto dell’andaluso per giustificare una scelta che nel caso in questione non potrà mai essere definita casuale o improvvisata: è, in effetti, sorprendente che chi si è così avvicinato all’esistenza di Sawa tanto da comprendere come non potesse essere che lui l’ispiratore di Valle, non si sia con altrettanta sagacia posto la più semplice della domande: perché proprio Sawa, perché non Gómez Carrillo, Pedro Gálvez o Ernst Bark tutti esponenti di quella stirpe di scrittori che vissero tutti i tipi di bohemia immaginati da Murger? Cosa, in altri termini, l’autore di Luces vide che ancora adesso la critica non ha intuito? È nell’intento di suggerire alcune soluzioni possibili ai quesiti proposti che ci si accinge a delineare quei tratti della personalità artistica che uniti e non distinguibili da quelli vitali caratterizzarono questo illustre sconosciuto delle lettere che come si dimostrerà recava in sé peculiarità tali da renderlo degno dell’elezione di cui fu fatto oggetto.

Alejandro Sawa nacque a Siviglia e non a Malaga, come per molto tempo si è affermato, il 15 marzo del 1862 [1] . La discendenza ellenica da parte di padre lo seguirà nei tratti e negli atteggiamenti come molti suoi contemporanei ricorderanno; ne è esempio la descrizione di G. P. Arroyo - che con lui frequentò il Seminario di Malaga [v. Correa Ramón 1993;18-9] dove l’andaluso acquisì quella solida formazione classica che lo sosterrà durante l’intera creazione letteraria - che ancora nel 1901 denota un tipo di linguaggio ampiamente influenzato dai trascorsi stilemi del determinismo naturalista: “Hijo de padre griego y de madre sevillana, Sawa no pudo sustraerse á las influencias que aportan estos elementos de herencia psíquica; tiene en su sangre el carácter aventurero y el temperamento artístico que caracteriza la raza helena y la imaginación soñadora, oriental, de los andaluces; en él hay sueños de artista, amor á lo desconocido, ansias indefinibles [...]” [Arroyo 1901;3]. Agli anni giovanili risale il primo scritto, El Pontificado y Pio IX. Apuntes históricos, un libretto di sole cinquantacinque pagine in difesa del pontificato di Pio IX che se non considerato nell’ottica di un esempio di retorica applicata e come una delle prime prove di quell’iconografia personalizzata riguardante personaggi letterari e non, assimilati da una condizione quasi titanica di extemporáneos, che caratterizzerà la prosa degli ultimi anni, potrebbe quasi far pensare ad un’incoerenza intellettuale rispetto agli scritti della maturità, quasi sempre a forti tinte anticlericali [cfr. Allen Phillips 1976;46-7]. Negli anni 1877-78 frequentò i corsi di Diritto romano e di Letteratura Spagnola iscritto alla facoltà di Diritto dell’Università di Granada [2] .

Alejandro giunse a Madrid nel 1881 accompagnato dai fratelli Manuel, Enrique, Miguel ed Esperanza. Frammentarie e scarse le notizie che li riguardano: i fratelli Sawa, “los jinetes del Apocalipsis” come li definì Pio Baroja [1948;990], condussero una vita misera e stentata, non disgiunta da eccentricità e anticonformismo. Miguel fu giornalista e scrittore di certa fama e diresse per molti anni il settimanale satirico Don Quijote dove collaborò anche Alejandro. Alla morte di quest’ultimo si trovava a La Coruña in qualità di direttore del quotidiano locale La voz de Galicia. Enrique, il più giovane, tentò di arginare la penuria economica della famiglia intraprendendo un’attività commerciale che però non diede i frutti sperati. Di Manuel si ricordano le abitudini e le frequentazioni notturne dei caffè letterari, mentre nulle sono le notizie riguardanti Esperanza.

All’arrivo nella capitale questo il ritratto che ne fece l’amico Luis París: “Alejandro Sawa presentaba, cuando comenzó á darse á conocer en Madrid, todas las características del joven soñador, hambriento y enamorado de todos los lirismos de la naturaleza, rebuscador de la paradoja y de la hipérbole, capaz de dejarse matar por una metáfora de grande espectáculo [...].” [s.d.;26-7]. Il primo periodo madrileno fu prolifico dal punto di vista letterario e come Sawa stesso affermò [«Juventud triunfante: autobiografías» 1904;10] “En poco más de dos años publiqué, atropelladamente seis libros, de entre los que recuerdo sin mortales remordimientos, Crimen legal, Noche, Declaración de un vencido y La Mujer de todo el mundo. Le altre due opere non menzionate sono i romanzi brevi La Sima de Igúzquiza (1888) e Criadero de curas (1888). L’elenco non corrisponde però all’ordine cronologico in cui vennero pubblicate che è, invece, il seguente: La mujer de todo el mundo (1885), Crimen legal (1886), Declaración de un vencido (1887) e Noche (1888).

Iluminaciones en la sombra - Madrid, Biblioteca Renacimiento, 1910

Iluminaciones en la sombra, Madrid, Biblioteca Renacimiento, 1910

In Iluminaciones en la sombra Sawa scrisse: “Visto a través de casi catorce años de distancia, aquel 1 de mayo de 1890 en París se me aparece como una hermosa aurora boreal seguida de largos días crepusculares” [Iluminaciones en la sombra 108], affermazione che segna l’inizio di quel periodo fondamentale della sua esistenza artistica che per circa sei anni lo vide frequentare la capitale francese e venire a contatto con quanto di più innovativo in campo artistico si potesse cogliere sul finire dell’Ottocento. Esiste anche una cronaca sotto forma di corrispondenza epistolare, autografa e olografa, indirizzata a Ernesto Bark e datata 1 agosto 1890 [Bark 1890;2], che prova in maniera inconfutabile la presenza dell’autore a Parigi. A quegli anni sovente farà riferimento nel corpo di articoli pubblicati su periodici e riviste letterarie una volta di ritorno a Madrid. Non è noto come egli si mantenesse, anche se è ragionevole supporre che abbia collaborato [cfr. Sojo 1893;1] con alcuni giornali dell’epoca come La Plume, Le Chat noire o Mercure de France. Nelle necrologie apparse su La Ilustración Española y Americana [Anonimo 1909e;155] e su ABC lo si ricordò oltre che per Declaración de un vencido soprattutto in quanto “[...] tradujo varios trabajos literarios de los hermanos Goncourt” [Anonimo 1909a;11], notizia della quale non si è sinora trovato alcun tangibile riscontro. Senz’ombra di dubbio ben accetto nell’ambiente letterario parigino, frequentò poeti ed artisti facenti parte dell’allora nascente movimento simbolista. Prova di quanto affermato è l’inserimento del ritratto e la menzione del suo nome sulle pagine della rivista La Plume [Anonimo 1892a; 284] dove lo si cita fra “coloro che con la loro presenza hanno onorato” le riunioni culturali - le soirées - della rivista stessa, fra il 1889 ed il 1892. Sempre ne La Plume testimoniano che egli partecipò al banchetto che alcuni giovani poeti organizzarono il 17 giugno del 1893 in onore di Victor Hugo [Anonimo 1893a; 323]. Come riporta il Mercure de France [Anonimo 1893b; 185], il giornalista viennese Hermann Bahr lo aveva intervistato per il Deutsche Zeitung: secondo quanto appare nella rubrica «Journaux et Revues» i romanzi naturalisti dello scrittore spagnolo - L a Femme de tout le monde, Crime légal, La Déclaration d’un Vaincu, La Nuit - erano già conosciuti in Francia, anche se non ancora tradotti, “mais cela ne tardera guère [3]. Sempre sulla stessa rivista si menziona il nome di Sawa tra i partecipanti alle esequie del poeta Albert Aurier avvenute nel 1892 [Anonimo 1892b; 276-8].

Le informazioni più attendibili sul periodo francese sono le testimonianze dirette di scrittori che ne condivisero l’avventura; Joaquín Dicenta, ad esempio, nel prologo a De un periodista di Ricardo Fuente [1897;12-3] afferma che quest’ultimo “entró en la casa Garnier, comenzó a ganar su pan con desahogo, y allí permaneció tres años [...] sufriendo la férula amistosa de Cerelo, en compañía de Bonafoux, de Estevánez, de Prieto, de Sawa, de una multitud de escritores y emigrados españoles...”. Se ne inferisce che Alejandro fece parte di quell’ampia schiera di scrittori e giornalisti spagnoli[4] che vissero del denaro ricavato dalle traduzioni di un dizionario enciclopedico che l’editrice Garnier era in procinto di pubblicare. Anche Eduardo Zamacois [1964;77], descrivendo l’incontro con Luis Bonafoux, ricorda che quegli gli disse: “No piense en Garnier. Yo he reñido con él. Es un avaro. Pero si persiste usted en la idea de suicidarse, busque otro camino. ¿Conoce usted a Gómez Carrillo?... ¿Y a Alejandro Sawa?... ¿Y a López Lapuya?...”.

Le parole di Rubén Darío [Sawa 1909;69], giunto a Parigi sulla scia d’attrazione che la città esercitava sui giovani letterati alla ricerca di nuove avventure estetiche, testimoniano la simbiosi esistente tra Sawa e la capitale francese: “Recién llegado a París, por la primera vez, conocí a Sawa. Ya él tenía a todo París metido en el cerebro y en la sangre. Aún había bohemia a la antigua.”. In altro scritto il nicaraguese aggiunse: “Era escritor de gran talento y vivía siempre en su sueño. Como yo, usaba y abusaba de los alcoholes; y fue mi iniciador en las correrías nocturnas del barrio Latino [...]” [Darío 1950;103]. Fu grazie al sivigliano che Darío conobbe sia Paul Verlaine, che tutti coloro facenti parte della schiera dei giovani letterati, come ad esempio Charles Morice, Paul Vicarie o Jean Moreas, l’autore del manifesto simbolista pubblicato sul Figaro del 18 agosto 1886.

La Plume, anno IV, n° 76, 15 giugno 1892

La Plume, anno IV, n° 76, 15 giugno 1892

L’amicizia fra Sawa e Paul Verlaine risale al primo periodo di permanenza a Parigi. Come riferisce Allen Phillips [1976;83], gli eredi di Sawa posseggono una foto di Verlaine con dedica, datata 21 ottobre 1891; in Iluminaciones l’autore afferma [Iluminaciones en la sombra 177] di essere proprietario di un sonetto inedito del padre del simbolismo, anch’esso con dedica e datato 10 febbraio 1894. Alejandro Sawa venne più volte deriso da coloro che non giustificarono il suo modus vivendi carico di reminiscenze francesi, sia nel modo di parlare che nell’atteggiamento [Azorín 1975;147]; si misero in dubbio le vantate relazioni d’amicizia con i letterati francesi e con lo stesso Verlaine. Fra i più tenaci detrattori vi fu il già menzionato critico Luis Bonafoux, che inveì contro il nostro, attraverso le colonne di El Español, in un articolo intitolato «Sawa, su perro y su pipa»; grazie a questo scritto si formò attorno alla figura di Sawa la leggenda del bacio di Victor Hugo: secondo Bonafoux, infatti, dopo aver ricevuto un bacio sulla fronte da parte dell’autore di Les miserables, Sawa non si era mai più lavato il volto. Dopo un iniziale e giustificato risentimento nei confronti del critico, Sawa ironizzò sull’accaduto, come riferì in questi termini Eduardo Zamacois: “Víctor Hugo me acarició los cabellos. ¡Qué la felicidad - exclamó profético - deshoje sobre tu cabeza las «grosas» fragantes del Amor y del Éxito»...Y me besó en la frente. ¿Queréis creer que, no obstante ser yo un niño, desde aquel día, paga mejog conservar el beso del dios, me negué a lavarme la frente? Después supe que mi hermano Miguel, que es un vulgar, me la limpiaba, cuando yo dogmía, con la esponja húmeda...” [1964;170].

Il testo dell’articolo di Bonafoux [1909a;1 e 4] fu ripubblicato alla morte del bohemio sull’Heraldo de Madrid, con annessa la successiva replica; nonostante l’aggiunta di alcune parole di scusa per la commemorazione del collega appena defunto, non si propende a credere ad un reale pentimento, in quanto nel giugno dello stesso anno egli così scrisse, riferendosi a Sawa, nella propria biografia De mi vida y milagros: “Luego vino a París, donde trabajó poco o nada, pero volvió a Madrid de genio, y de ese pedestal - pour rire -. Su principal ocupación en París fue admirar y venerar la musa de Verlaine ...Alejandro Sawa resultó un tonto con talento o un talento con muchísimas tonterías. Una de sus monomanías era que le confundiesen físicamente con notables escritores de Francia, y se dijese que había vivido en intimidad con ellos; que cuando estuvo en París se desayunaba con Richipin, almorzaba con Anatole France, cenaba con Pobbèe, y dormía con el pobre Verlaine.” [1909b;s.p.].

Nel 1896, anche a seguito della scomparsa di Verlaine, morto nel gennaio dello stesso anno, Sawa decise di ritornare in Spagna. Dopo essere accorso al letto di morte dell’amico Lelian al quale non riuscì a dare in tempo l’ultimo saluto, così come egli stesso scriverà anni più tardi nella rubrica letteraria de El Imparcial [«Hace once años» 1908;2], rimpatrierà portando con se sua moglie, Jeanne Poirier, e sua figlia Helena [v. Phillips 1976;111-2]. Ritornò a Madrid da trionfatore. La fama parigina e l’amicizia coi maggiori letterati francesi che lo precedettero fecero di lui il messaggero del credo simbolista e rappresentarono, anche se per un tempo limitato, una nuova speranza per tutta la letteratura spagnola. Fu tra i primi a declamare versi di Verlaine nella Madrid di fine XIX secolo; Manuel Machado [1913;27-8] così asserì: “Allá por los años 1897 y 98 no se tenía en España, en general otra noción de las últimas evoluciones de las literaturas extranjeras que las que aportaron personalmente algunos ingenios que habían viajado. Alejandro Sawa, el bohemio incorregible, muerto hace poco, volvió entonces de París hablando de parnasianismo y simbolismo y recitando por primera vez en Madrid versos de Verlaine”.

Il 21 gennaio 1899 Alejandro Sawa debuttava al Teatro de la Comedia con Los reyes en el destierro, adattamento di Le rois en exil di Alphonse Daudet; questo dramma, unico approccio alle scene del nostro autore, ebbe secondo le numerose recensioni dell’epoca, un notevole successo, anche se i critici non mancarono di sottolineare l’eccessivo utilizzo di francesismi nel linguaggio [González Aurioles 1899;2, Zeda 1899;2][5]. Gli venne riconosciuta nel complesso la capacità di aver superato alcuni ostacoli non da poco nel mettere in scena il testo di Daudet, soprattutto tenendo conto che la tesi politica che faceva da filo conduttore era stata pensata appositamente per il pubblico francese e non per la realtà spagnola dei suoi tempi. L’aneddoto che si lega all’avvenimento fu la presenza tra gli attori di Ramón María del Valle-Inclán, l’unico a non ricevere alcun elogio per la parte a lui assegnata: “El Sr. Valle-Inclán que tan bien encajaba en el papel de joven decadente de La comida de las fieras, no podía adaptarse bien al personaje de Los Reyes en el destierro. No ha podido ser otra la causa de aquel desagrado” [Anonimo 1899;3].

Joaquín Dicenta [1899;1] scrisse, a proposito della prima, parole d’elogio, quasi entusiastiche; nel salutare il ritorno di Sawa alla letteratura “Pues bien, hermano, el triunfo tuyo es de todos nosotros, de todos los jóvenes”, si rivolse all’amico sottolineando “Llegas a tiempo. Tú y tu obra hacéis falta, ¡mucha falta!”. Purtroppo, il tanto agognato rientro alla scena letteraria non avvenne, o almeno non in quei termini da molti auspicati. Sawa non rimase comunque del tutto in disparte rispetto a quel mondo che lo reclamava: Ernesto Bark [cfr. Phillips 1976;92] lo ricorda, insieme al fratello Miguel, quale assiduo frequentatore della redazione dei periodici Germinal, allora diretto da Joaquín Dicenta, e Progreso, che attraverso la figura di Alejandro Lerroux era una diretta emanazione del movimento germinalista. Pérez de la Dehesa [Ibidem 93-4] attesta in El grupo “Germinal”: una clave del ‘98 che attorno alla figura di Joaquín Dicenta si raccolse un gruppo radicale di matrice socialista, al quale si affiliarono i personaggi che già avevano fatto parte di gente nueva e quindi i vari Sawa, Bark, Fuente, Palomero, Paso, Delorme, Frollo, Zamacois, etc.

Alejandro Sawa era da tutti considerato un bohemio all’antica, l’ultimo vero bohemio, così ricordato nelle parole di Francisco Macein: “Estamos en frente del verdadero tipo bohemio. La vida de Alejandro Sawa recuerda, bajo este aspecto, la de Verlaine, Imbert Galloix y Augusto de Armas en Francia” [1899;398].  In effetti fu realmente rappresentante della verdadera bohemia, quella che Aznar Soler [1993;54-7] sostiene non essere “una forma de vida [...] sino una manera de ser artista, una condición espiritual sellada por el aristocratismo de la inteligencia”, aggiungendo che questo tipo di esistenza “se asume porque no hay arte sin dolor o, como decía Baudelaire, porque arte equivale a malheur. La verdadera bohemia se vive como experiencia de libertad en el seno de una sociedad voluntariamente marginal, en donde el tiempo no es oro sino ocio artístico, culto a la belleza [...] placer del falso azul nocturno. [...] Alejandro Sawa o Valle-Inclán son bohemios esteticistas [...] y experimentan el mal-estar de una dura vida bohemia en donde la miseria y el hambre no son apelaciones retóricas sino vivencias cotidianas”.

Per tornare a quanto affermato inizialmente circa la vicinanza intellettuale con Valle-Inclán è indispensabile precisare come quest’ultimo non disdegnasse affatto la compagnia dello sfortunato artista: “[…] gustaba de estar en el mismo diván que ocupaba aquel gran mendigo [...] se creía en compañía del rebelde literario [...] y sentía más dibujada la verdad de su credo. [...] Sawa imbuyó en Valle-Inclán  la idea de que en la miseria pura con atisbos de lo poético hay algo muy grande que no tiene que ser secundado ni por el acierto ni por el éxito” [Gómez de la Serna 1959;39-41]. Sawa dal canto suo partecipava spesso alle riunioni letterarie che si tennero nel Nuevo Café del Levante tra il 1902 e il 1914, dove la figura di maggior spicco tra i partecipanti fu proprio quella di Don Ramón, come ricorda Fernández Almagro [1966;106-7].

L’autore degli esperpentos non abbandonò Sawa nemmeno negli ultimi istanti della sua esistenza; sarà lui, infatti, a comunicare la notizia del decesso a Rubén Darío, tramite la seguente missiva [Álvarez Hernández 1963;70-1]:

 

Querido Darío:

   Vengo a verle después de haber estado en casa de nuestro pobre Alejandro Sawa. He llorado delante del muerto, por él, por mí y por todos los pobres poetas. Yo no puedo hacer nada; usted tampoco, pero si nos juntamos unos cuantos algo podríamos hacer.

  Alejandro deja un libro inédito. Lo mejor que ha escrito. Un diario de esperanzas y tribulaciones.

   El fracaso de todos sus intentos para publicarlo y una carta donde le retiraban una colaboración de sesenta pesetas que tenía en El Liberal, le volvieron loco en los últimos días. Una locura desesperada. Quería matarse. Tuvo el final de un rey de tragedia: loco, ciego y furioso.     

 

A differenza del rapporto d’amicizia consolidato con l’autore di Luces de bohemia, quello creatosi già a partire dal periodo parigino con Rubén Darío andò via via incrinandosi, soprattutto nell’ultimo anno di vita: esiste una fitta corrispondenza tra i due letterati, durante il 1908, nella quale il nostro autore sollecita il soccorso e la presenza dell’amico Rubén, che, a quanto risulta, mai rispose a questi appelli. Neanche la richiesta di una piccola somma di denaro che avrebbe contribuito alla pubblicazione di Iluminaciones en la sombra ottenne un cenno. Sawa si vide allora costretto a rivolgersi in termini assai aspri all’autore di Prosas profanas con una lettera datata 14 luglio 1908:

 

Al señor don Rubén Darío,

 

¿Me impulsas a la violencia? Pues sea. Yo no soy ya el amigo herido por la desgracia que pide ayuda al que consideraba como un gran amigo suyo: soy un acreedor que presenta la cuenta de su trabajo.

Desde el mes de abril hasta el mes de agosto de 1905, yo he escrito por encargo tuyo hasta ocho cartas (de las cuales conservo en mi poder seis) que han aparecido con tu firma en el periódico de Buenos Aires La Nación, en las fechas y con los títulos siguientes:

 

Abril, “Semana Santa en Madrid”

21 mayo, “La cuna del Manco”

3 junio, “Alfonso XIII”

13 junio, “En la Academia Española el inmortal señor Ferrari”

24 julio, “La anarquía española”

28 julio, “La anarquía española”

 

No me has pagado por esos trabajos, como recordarás, sino setenta y cinco pesetas en dos veces. Esos artículos, por su extensión por ser yo el autor de ellos y por la importancia del periódico donde se publicaron, valen cien pesetas cada uno, aplicándoles una evaluación modesta. Descontadas, pues, las setenta y cinco pesetas recibidas, quedan a mi favor 525, que yo te invito a pagarme en seguida, puesto que no tengo consideración ninguna que guardarte y que las necesito. No te extrañe que en caso de insolvencia por tu parte lleve el asunto en los Tribunales y dé cuenta a La Nación y a tu Gobierno de lo que me pasa. Yo lo haré todo y lo intentaré todo por rectificar esas anomalías de tu conducta. En cambio, puedes contar con mi más absoluto silencio a satisfacción, sin escándalo a mis reclamaciones. Serás en lo porvenir como un muerto o, mejor, como si no hubieras existido jamás.

 

                                                                                                                       Alejandro Sawa  [Ibidem 68-9]

  

Continua

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Note

 

[1] Sono molti i letterati ed i critici che danno Malaga come città natale di Sawa; fra questi Dictino Álvarez Hernández [1963; 57]; H. R. de la Peña [1930; 36-7]; Guillermo de Torre [1965; 138]; «Sawa y Martínez, Alejandro», in Enciclopedia Universal Ilustrada europeo-americana, Madrid, Espasa-Calpe, 1927, vol. LIV, pag. 809. Anche nei seguenti articoli, scritti in occasione della morte, gli ignoti commentatori citano Malaga come città di nascita: [Anonimo 1909a; 11]; [Anonimo 1909b; s.p.]; [Anonimo 1909c; s.p.]; [Anonimo 1909d; 3].

[2] Come si evince dalla copia dei certificati di iscrizione all’Università granadina, lo studente di soli sedici anni di età poté frequentare come “libero” i corsi, ma non li terminò, né sostenne gli esami.

[3] Va notato che l’anonimo curatore dell’articolo oltre a fornire un’immediata traduzione dei titoli delle opere, sembra assai certo della loro futura edizione in lingua francese.

[4] Si tratterebbe di Cerelo, Estevánez, Emilio Prieto, Ricardo Fuente, Román Salamero, Antonio e Manuel Machado, Isidoro López Lapuya ed Enrique Gómez Carrillo; cfr. Ricardo Fuente [1897; 12-3]; Nicasio Hernández Luquero [1967; 61]; Eduardo Zamacois [1964; 77].

[5] In realtà Sawa adattò anche un altro testo di Daudet che non fu tuttavia mai portato in scena: si tratta di Calvario. Adaptación de Jack de Alphonse Daudet, che con questo titolo fu pubblicato postumo ne El Cuento Semanal, n. 187, anno IV, 29 luglio 1910, s.p. Sulla scia del più famoso fratello anche Miguel Sawa, insieme a Dionisio Pérez, adattò alle scene «Safo: comedia en cuatro actos y en prosa», Madrid, S. Velasco, 1906.

 






— per citare questo articolo:

Artifara, n. 1, (luglio - dicembre 2002), sezione Addenda, http://www.artifara.com/rivista1/testi/ASawa.asp


© Artifara

ISSN: 1594-378X



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