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Francisco Coloane, Naufragi,

Guanda, 2004
(200 pp. - trad. Pino Cacucci)

di Paola Tomasinelli

 


La storia di naufragati e di naufragi ha una lunga tradizione. Dallo spagnolo (e partiamo dal Cinquecento postcolombiano, per affinità elettive con l’autore) Alvar Núñez Cabeza de Vaca, narratore del suo personale naufragio e delle peregrinazioni che lo trasformarono così profondamente alla Storia tragico-marittima (prima

Francisco Coloane, Naufragi
Guanda, 2004
ed. 1735-1736, trad. it. 1992) del portoghese Bernardo Gomes de Brito. Ma, nel caso del cileno Francisco Coloane, i “suoi” naufragi si inseriscono in quel mondo, anch’esso ormai ben conosciuto – anche se più da lettori che da viaggiatori -, rappresentato dall’estremo sud delle Americhe. Da quell’ “ultimo confine della terra” di cui ci hanno parlato, tra gli altri, Lucas Bridge con il suo The Uttermost Part of the Earth (ancora inedito in Italia) al notissimo Patagonia di Bruce Chatwin (che non poco trasse proprio dal summenzionato Bridge), e poi il cileno Luis Sepúlveda... e l’argentina Sylvia Iparraguirre...

Coloane (scomparso due anni fa a Santiago del Cile) decise di raccogliere in un volume, a novant’anni suonati (era infatti del 1910), tutte quelle storie che hanno visto la fine del viaggio e del sogno, di navigatori famosi o anonimi, di conquistatori o di umili balenieri: dal naufragio della Santiago (1520) della spedizione Magellano, a quello della Sancti Spiritus, partita dalla Coruña il 22 luglio 1525 e diretta alle Molucche; da quello del vascello Challenger, della Marina di Sua Maestà Britannica, salpato da Rio de Janeiro i l 2 aprile 1835, a quello del vapore inglese Gulf of Aden, andato a fondo il 12 marzo 1890...

E poi, via via, di naufragio in naufragio, in un libro terribile ma godibilissimo, e sempre facendosi accompagnare dal testo (del 1874) del direttore del Dipartimento Idrografico dell’Università del Cile, Francisco Vidal Gormaz, autore di quei precedenti Naufragi, editi nel 1901 (in questo testo se ne censiscono ben 1500!) che costituiscono la vera guida cui Coloane fa riferimento. Per finire con il naufragio d’un anonimo catamarano, forse australiano, rinvenuto senza equipaggio, verso la fine di novembre del 2000 a Punta Tablaruca, dalle parti dell’isola di Chiloé.

Il Cile, per Coloane, è un Paese “spinto verso il mare dalla cordigliera delle Ande”, con una regione costiera di impressionante bellezza. E’ il Paese che ha descritto in tutti i suoi libri: Terra del Fuoco, Capo Horn, La scia della balena, I conquistatori dell’Antartide, tanto per citarne alcuni... Un Paese di “piogge torrenziali, cieli apocalittici e improvvisamente luminosi”, di incredibili ghiacciai che “hanno sedotto tanti ansiosi di avventure, di gloria, o di imprese memorabili, persone lanciate alla conquista di un sogno, sfidando l’ignoto al di là del mondo conosciuto”. Qualcosa di molto simile, nella storia e/o nella fantasia, a ciò che ispirò il meglio della letteratura di tutti i tempi: Conrad, Stevenson, il Poe del Gordon Pym, tanto per fare qualche esempio, ma soprattutto, prima, molto prima, qualcuno che forse come nessun altro descrisse un naufragio, quello, solo immaginato, del più grande navigatore di tutti i tempi: Ulisse.


... de la nova terra un turbo nacque
e percosse del legno il primo canto.
Tre volte il fé girar con tutte l’acque;
a la quarta levar la poppa in suso
e la prora ire in giù, com’altrui piacque,
infin che’l mar fu sovra noi richiuso.

(Dante, Inferno, canto XXVI)

 

 



 


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