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Un esemplare della Segunda Diana di Alonso Pérez nella Biblioteca Vescovile di Fossano

Prospero Cerchiara

 

 

-Verdad dice esta doncella – dijo el cura -, y serà bien quitarle a nuestro amigo este tropiezo y ocasión delante. Y pues comenzamos por La Diana, de Montemayor, soy de parecer que no se queme, sino que se le quite todo aquello que trata de la sabia Felicia y de la agua encantada, y casi todos los versos mayores, y quédesele en hora buena la prosa, y la honra de ser primero en semejantes libros.

-Este que se sigue-  dijo el barbero- es La Diana llamada segunda del Salmantino; y éste, otro que tiene el mesmo nombre, cuyo autor es Gil Polo.

-Pues la del Salmantino- respondió el cura- acompañe y acreciente el numero de los condenados al corral, y la de Gil Polo se guarde como si fuera del mesmo Apolo; y pase adelante, señor compadre, y démonos prisa; que se va haciendo tarde (Quijote, I.6)

 

Da bruciare dunque, per Cervantes, proprio quella Segunda del Salmantino[1] che proponiamo qui nel facsimile dell’edizione veneziana del 1574, per i tipi di I. Comenzini.

Il fortunato incontro, nella biblioteca vescovile di Fossano, con questa cinquecentina in dodicesimi, ci ha permesso di riproporla suggerendo un approccio alla lettura che voglia tentare di comprenderne le peculiarità proprie, senza il pregiudizio viziato da tanta autorevole critica che spesso ha ritenuto che l’opera di Pérez  fosse “para la hoguera”[2].

Ma prima qualche cenno che ci illumini sul perché una copia della Segunda proprio alla vescovile di Fossano.

L’ipotesi più accreditata, in assenza di ex libris o di altre note di possesso, è quella che il volumetto facesse parte del corredo di libri da viaggio che Pietro Leone si portò dietro dalla natia Spagna quando, nel 1602, gli venne affidata proprio la sede vescovile di Fossano. Pietro Leone, nativo di Toledo, fu maestro di teologia e confessore della duchessa Caterina di Savoia, nonché precettore dei figli del duca Carlo Emanuele I.

Fu ambasciatore del re sabaudo in Spagna e venne designato al vertice della diocesi fossanese all’età di sessantasei anni, sede che raggiunse solo dopo un anno. Nel 1605, con il benestare della Sede Apostolica, partì nuovamente per la Spagna al seguito dei principi sabaudi, lasciando quale suo procuratore l’Arcivescovo di Torino, monsignor Carlo Broglia. Mentre era in Spagna, nel medesimo anno, chiese ed ottenne dalla Santa Sede che gli venisse affiancato un coadiutore sede plena, cioè con diritto di successione. A ricoprire quell’incarico fu nominato monsignor Tomaso Biolato.

Pietro Leone mantenne comunque, almeno nominalmente, il titolo di Vescovo di Fossano fino al 1610, anno della sua morte a Madrid.[3]

Anche volendo prescindere dal giudizio decisamente negativo di Cervantes sulla Segunda, l’oggettiva fatica che si incontra nella sua lettura è stata ribadita a più voci da nomi illustri della critica che ne hanno evidenziato la disarmonia del verso, la prosa pesante, la mancanza di tecnica e la carenza di ispirazione[4]. A dire il vero, alcuni tra i detrattori del salmantino hanno anche avuto espressioni di apprezzamento per alcuni passaggi presenti nell’opera e vi è stato anche chi ha ritenuto di riscontrare nell’opera di Pérez una notevole inventiva nel fraseggio polimetrico delle parti poetiche, tanto da meritare essere oggetto di studi accademici più approfonditi[5].

L’analisi dell’atteggiamento autoriale nei confronti dei paradigmi amorosi mette in evidenza come nella Segunda si possa notare un approccio più aderente alla visione legata ala filosofia scolastica invece di quello più chiaramente riferito al neoplatonismo, caratteristico dell’opera di Montemayor. E’ evidente, infatti, l’atteggiamento decisamente meno idealista di Pérez che propone una visione più complessa dell’amore, con rimandi riferibili anche alle teorie di Leone Ebreo. Pérez adatta il suo modello di mondo pastorale al mutevole gusto del lettore e la sua esigenza-ricerca di realismo gli permette di fare in modo che i suoi personaggi non siano cortigiani travestiti da pastori, ma più semplicemente immagini letterarie di pastori poco avvezzi alla teorizzazione o alle dispute dialettiche. L’esemplificazione è a loro più congeniale delle argomentazioni dotte talvolta troppo slegate dalla concretezza del mondo di appartenenza. Il mondo bucolico di Pérez non è un mondo ideale, né la narrazione della Segunda vuole celare significati reconditi o enigmi da decrittare. E’ un mondo bucolico volutamente ampliato e amplificato dagli apporti desunti dai classici e dalla letteratura italiana, con i liberi adattamenti mutuati dal medico di Salamanca e con le contaminazioni di apporti letterari estranei, fino ad allora, alla novela pastoril: tratti boccacciani ed elementi di picaresca, ma anche l'introduzione di elementi di intreccio tipici della novela bizantina che portano alla complicazione della trama attraverso il ricorso a temi secondari, che spesso vanno a detrimento dell’unità narrativa aumentando in tal modo la confusione del lettore.

Certamente Pérez, con la sua Segunda, non riuscì – o non volle - terminare quella di Montemayor, forse per la necessità di chiudere rapidamente il suo lavoro nell’imminenza della pubblicazione della Diana Enamorada di Gil Polo[6], o forse per accantonare materiale per la stesura di una Tercera (ed ultima?) Diana. Gli studi in corso porteranno forse a dare una risposta ai tanti interrogativi che ancora gravano su quest’opera dall’approccio poco agevole. Le quindici edizioni conosciute[7] della Segunda Diana ci portano però a prendere atto che, nonostante tutto, l’opera di Pérez ebbe una buona diffusione, con un numero di edizioni superiore a quello della Diana di Gil Polo.

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[1] Alonso Pérez, medico di Salamanca (di qui l’appellativo di Salmantino), è noto quasi solo per aver scritto la Segunda parte de La Diana de Jorge de Montemayor che, insieme alla Diana Enamorada di Gaspar Gil Polo, trovò spesso occasione di essere pubblicata in edizioni congiunte all’omonima più illustre.

[2] Avalle Arce ne La novela pastoril española, riprendendo un’ipotesi già elaborata da Menendez Pelayo in Orígenes de la novela, ne sottolinea in modo inequivocabile i molti elementi che possono giustificare la “condannabilità” dell’opera di Alonso Pérez. Un’analisi più attuale del problema è quella di F. Smieja, reperibile in Actas del VI Congreso de la Asociación Internacional de Hispanistas (1977).

[3] Cfr. C. Morra, La Diocesi di Fossano e i suoi vescovi, Ed. Archivio Vescovile di Fossano, Fossano, 1995

[4] Cfr. G. Dìaz Plaja, Historia general de las Literaturas Hispánicas, vol. II, Editorial Barna, Barcelona, 1968

[5] Ci riferiamo a quelli che si stanno portando avanti alla University of Western Ontario, London, Canada da  F. Smieja. A proposito cfr. F. Smieja, La Señora no es para la hoguera: el caso de la Segunda Parte de La Diana de Alonso Pérez, in Actas del VI Congreso de la Asociación Internacional de Hispanistas (1977), publicadas bajo la dirección de Alan M. Gordon y E. Rugg.

[6] La prima edizione della Diana di Gil Polo vide la luce il 24 settembre 1563, meno di un mese dopo la princeps di Alonso Pérez, uscita il 28 agosto.

[7] Le edizioni di cui si conoscono esemplari sono:1563 Valencia, Ioan Mey; 1564 Burgos, Felipe de Junta; 1568 Venezia, Trino e Monferrato; 1574 Venezia, I. Comenzini; 1578 Pamplona, T. Porralis; 1581 Anvers, P. Bellero; 1585 Venezia, G. Vincenci; 1591 Madrid, L. Sanchez; 1595 Madrid, L. Sanchez; 1602 Madrid, J. Flamenco; 1614 Barcelona, S. de Cormellas; 1616 Milano, J. B. Bidelo; 1622 Madrid, Viuda A. Martìn; 1624 Lisboa, P. Craesbeeck.